Romanzo interattivo 2° capitolo

Mettiti comodo… Ecco il 2° capitolo

Romanzo Interattivo

romanzo interattivo 2° capitolo

Quando scrivo scelgo sempre la strada più complicata

La più contorta, quella suggerita da un susseguirsi di idee che sembrano senza senso… sembrano! Ogni concetto segue il suo percorso, non un filo logico, né un legame razionale. Un enigma a cui mi sottopongo, risolvibile, solo ed esclusivamente, con la stesura stessa del racconto: un puzzle che si compone attraverso pezzi che non erano presenti nella scatola.

Sono il primo lettore del mio romanzo

Proprio così, il primo a meravigliarsi per quello che accade, infondo, non faccio altro che rappresentare, a parole, concetti suggeriti dalla mente, idee che scorrono alla velocità del pensiero.

Con la tua interazione, altre idee nel calderone

Altre menti che intervengono per dare un contributo, per scegliere un percorso, per dare una svolta. Ti invito a commentare, alla fine del capitolo, rispondendo alle possibili opzioni che condizioneranno l’andazzo della storia, e perché no, dimmi la tua! Su quello che hai letto, sui periodi che ti hanno colpito o deluso particolarmente, dimmi cosa vorresti che accadesse e fallo attraverso i commenti. Rendimi partecipe delle sensazioni che hai provato.

Introduzione

In questo secondo capitolo del romanzo interattivo entriamo spediti nel vivo del racconto, ma non dalla porta d’ingresso; troppo semplice. Siamo andati avanti nel tempo, negli anni, e ritroviamo il protagonista a un passo dall’epilogo… già, proprio così! Ci ritroviamo in un punto cruciale di quello che è stato il suo cammino, un percorso di vita del quale siamo ancora allo scuro e che scopriremo insieme man mano che le idee si tramuteranno in parole; in immagini. Tutto ciò, sospesi nell’altalena del tempo; fra passato e presente.

Buona lettura

Romanzo interattivo: 2° capitolo

(tempo di lettura: 12 minuti)

Sfinire un’aquila

Le acque del Rio delle amazzoni scorrono per 6,400 km. Attraversano il Perù, la Colombia, il Brasile, tagliano la foresta Amazzonica e sfociano nell’oceano Atlantico con un estuario largo 200 km. Un fiume imponente. Maestoso. Il suo percorso è tracciato, scritto. 1300 metri cubi d’acqua si muovono, ogni secondo, costretti da argini prodotti dallo stesso movimento delle acque che, lungo il tragitto, accolgono nell’alveolo affluenti che si integrano al corso fino all’estinguersi nella foce. Così, anche l’uomo, nel corso della propria vita, si impone dei limiti invalicabili, argini entro i quali si limita a spendere il tempo di un’esistenza destinata, scritta, influenzata da eventi che ne arricchiranno il contenuto, migliorandone le sorti o sgretolandone ogni certezza. Forze esterne che, a volte, sono in grado di far tracimare lo spirito; un fiume in piena che irrompe gli argini e che può dar luogo a catastrofi.

«Si può sapere cosa stai leggendo? Dragan… sei ancora fra noi?»

«Appunti di mio padre». Sono anni che aspetto questo momento, anni che vivo il mio tempo in funzione di ciò che sta per accadere adesso. Come un animale assetato che volge lo sguardo al cielo perché sente che sta per piovere, guardo avanti: le luci di casa si spegneranno e la preda sarà fuori dal nido; nuda. Indifesa.

«Appunti di tuo padre? Ok! Un’altra cosa, giusto per sapere… Mentre continui a leggere, visto che non riesco più a stare fermo dentro questa cazzo di macchina, mi spieghi cosa stiamo aspettando?»

«Aspettiamo che esca».

«Certo che è un’ossessione la tua» ribadisce Alex in uno stato di craving che non riesce più a gestire. «È la terza volta che veniamo qui, tutti e tre, ad aspettare. L’ultima volta abbiamo aspettato due ore, per che cosa? Odio aspettare».

«Alex ti prego sta zitto; devo concentrarmi. È la volta buona, lo sento…»

«Certo, la volta buona. Anche l’altra sera era la volta buona. E anche quella prima…»

Guardo Ivon seduta al mio fianco e con un cenno le indico il vano porta oggetti dell’auto. Lei sorride, mi fa paura. Non ho mai conosciuto una persona imperturbabile come lei. Una donna dalla placidità disarmante anche in situazioni ansiogene come questa; un cristallo di ghiaccio. Ho passato con lei ogni giorno della mia vita negli ultimi anni e non ci sono parole in grado di decifrare il suo modo d’essere. La sua mente è libera. Va oltre. Scorre come un fiume senza alveolo.

Ivon tira fuori la busta e apparecchia tre strisce di coca sullo specchietto del porta-trucco, dopodiché, si rivolge ad Alex come solo lei sa fare.

«Lascialo tranquillo…» ribadisce mentre pesta i granuli con una scheda. «Sta cercando di capire come affrontare la situazione. Devi aiutarlo rimanendo semplicemente in silenzio: ce la fai?» Alex sfrega freneticamente le mani, tira su la striscia e si quieta con un respiro profondo. Tocca a me. Perdo per un attimo la visuale, tiro su il pippotto e bacio Ivon, sospirando profondamente sul suo viso. Una botta di adrenalina mi esplode nel cranio; sono carico. Deglutisco. L’amaro scende lentamente in gola, dopodiché, affianca per qualche secondo un cuore energico, vigoroso, che spinge sulle coste come un detenuto sulle sbarre della cella. I muscoli delle cosce si contraggono attraverso impulsi involontari. Il cervello manda segnali: un organismo in agitazione sta ricercando spazio di movimento, azione.

Il dottor Bhauer è fuori. Assicura le mandate alla porta e si guarda intorno. Si muove dentro un quadro che ha dipinto con il sangue della gente, un contesto sfarzoso, gratificante, supportato da basi che trovano la loro solidità nell’egoismo maligno che, come un demone, ha trovato dimora nel suo corpo. Trascina il trolley calpestando il prato all’inglese e respira l’umidità della sera. Aziona l’apertura centralizzata dell’auto lucida e nera, poi, ripone la valigia nel bagagliaio. Ha l’aria serena, rilassata. Con la dovuta accuratezza, sfila via la giacca e la spolvera con la mano prima di riporla sull’appendiabiti. Sono a un passo; l’aria che respiriamo è la stessa. La carrozzeria riflette la mia sagoma contorta di luci e ombre. Il medico avverte la mia presenza ma non si muove. Spinge lo sguardo lateralmente, con forza, accenna un movimento del capo e smette di respirare: ha paura, rimane immobile come un un bimbo che si protegge sotto le coperte. Rivedo mio padre fisso davanti l’imposta chiusa mentre mia madre conta i soldi che il medico le ha consegnato. La tavola addobbata a festa, le grida di Agata, il suo pianto straziante, Il volume della TV al massimo, e io da solo, con la testa che scoppia, seduto al tavolo. Bhauer si allunga di getto sulla maniglia della portiera ma, in uno scatto secco, gli pianto la siringa sul collo. Alex fa accasciare il medico piazzandogli un pugno sullo stomaco mentre spingo sullo stantuffo e gli serro la bocca con un mano. L’uomo si dimena con l’ago pendulo sulle carni e cerca di rigirarsi. Lo attanaglio con il braccio intorno al collo, sento la sua sua saliva fra le dita e il calore del suo respiro affannoso. La mandibola serrata con cui oppone resistenza allenta la tensione, assecondando un corpo che inizia a vacillare. Cede sulle ginocchia, scivola sullo sportello intriso di cera e si abbandona al suolo.

«Cazzo, l’hai ammazzato!»

«Credi davvero che il mio odio possa esaurirsi in così poco tempo? Muoviamoci, veloce! Aiutami a caricarlo in auto e facciamo strada verso casa».

Il dottore è steso sul divano; dormirà per un paio d’ore. Non riesco a fissarlo per più di una manciata di secondi senza pensare di togliergli la vita. Devo lavorare sulla mia emotività, sul controllo. Ora che posso armeggiare i fili del burattino, devo avere sangue freddo. Adesso che si sono invertiti i ruoli, devo riuscire a gestire al meglio le mie emozioni, guardarle negli occhi, focalizzarne i contenuti e appropriarmi dello stato d’animo che ne susciteranno, per arricchirmi dentro e scrivere. Questo è il fine.

«Eccoci, la casa dello stronzo è in ordine e la macchina è sistemata» annuncia Alex, appena rientrato con Ivon. «L’abbiamo lasciata in officina da Carmelo: non rimarrà nemmeno l’ombra del pezzo più piccolo nella parte più nascosta!» finisce ricercando la mia

«Siete sicuri di non aver destato sospetti? Avete incrociato altra gente? Visto qualcuno?» Ivon mi stringe in un abbraccio e mi bacia. La sua lingua scivola sulla mia; sento il suo sapore.

«Se avessimo sospettato, anche solo per un attimo, di aver commesso un’imprudenza, non saremmo mai tornati. Stai sereno e fai ciò che devi».

«Lo sai che non ce la farei senza di te…»

«Si, lo so».

«Eccoti figlio di puttana…» dice Alex svampando la canna appena accesa sul viso del medico. «Già, già, già… Ora che lo abbiamo messo a dormire, che si fa?»

«Adesso Scrivo.» Seduto sul pavimento, apro il PC sulle gambe e lascio che le dita immortalino pensieri sullo schermo.

«Ti conosco da anni e ancora non capisco quando scherzi e quando parli seriamente».

«Lo sai che non scherzo!»

«Già, ed è proprio questo che mi piace di te: l’imprevedibilità. Cazzo, ne hai da vendere! Ok, tu scrivi, e io che faccio? Lo sai che non riesco a stare fermo».

«Hai procurato la sedia che ti avevo chiesto?»

«Parli della sedia a rotelle con il vaso incorporato per i bisogni?»

«E di quale altra sedia potrei parlarti!?»

«Si. È nel box».

«Perfetto!»

«Capisco che vuoi sorprendermi con dei veri colpi di scena, ma posso farti una domanda? A che cazzo ti serve una sedia a rotelle con vaso?»

«Fai troppe domande.» Mi alzo dal pavimento, stringo il mio compagno di sventure e lo bacio ripetutamente sulla fronte. «lo capirai molto presto…» Ivon sfila il tarzanello dalle mani di Alex ed elargisce un sorriso ammiccante.

«Per quanto tempo dormirà ancora?»

«Un’ora… credo!»

«Vieni su con noi?» propone la donna che amo mentre Alex, dopo averla presa in braccio, come nella più classica delle tradizioni usuali dopo la cerimonia nuziale, si avvia per la rampa di scale canticchiando la marcia nuziale di Wagner.

«No. Non è il momento!»

«Per quanto tempo non sarà il momento?» ribadisce Ivon, dalla distanza, mentre sento sbattere la porta della stanza da letto.

«Per tutto il tempo necessario…»

Io e Alex amiamo Ivon. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei condiviso una donna con il mio migliore amico, ma è pur vero che mai l’avevo escluso. È capitato, e l’abbiamo accettato. Non c’è mai stata competizione fra noi; solo amore. Quando parliamo di lei, quando viviamo quei momenti in cui esterniamo le nostre sensazioni, debolezze, ci rendiamo conto che proviamo la stessa cosa; l’amiamo e basta. Lei non riesce ad esternare sentimenti classificabili a parole e non è una donna che puoi vincolare; in alcun modo. Non è una che sceglie e che puoi definire; è una che da’. Lei ama, fa sesso, agisce, parla, sta zitta, sorride, piange, con la stessa naturalezza con cui respira.

Ivon si siede alle mie spalle, sul pavimento, e mi abbraccia coprendomi con il suo plaid. Ha una tazza fumante fra le mani: tisana di finocchio e cannella.

«Riesci a scrivere?»

«Si, ed è proprio come credevo che fosse: non ho bisogno di riflettere, vado a ruota libera».

«Sono felice. Credevo che vivere questo momento tanto agognato avrebbe potuto condizionare le tue idee e bloccarti. Quindi, come ti senti?»

«Come un pianista».

«Un pianista? Continua, adoro le tue metafore…»

«Il blocco ce l’hai quando non ha niente da dire. Quando quello che hai dentro è solo un’idea astratta. Io sto scrivendo la vita. Un pianista non pensa a schiacciare, uno dopo l’altro, in maniera intenzionale, ogni singolo tasto del pianoforte. No, è condizionato dalla memoria, dalle esperienze accumulate col tempo e, attraverso di esse, esprime tutto il suo sapere. Ecco come mi sento quando scrivo. Conosco già i concetti, devo solo trovare le parole che ne descrivano il contenuto, mantenendone il peso. Parole messe in riga, una dietro l’altra, che scorrono come note di una sinfonia al pianoforte».

«Proprio così: “Cerca l’ispirazione fuori dalla tua testa”, questo diceva tuo padre… Quanto vorrei conoscerlo! Mi hai parlato così tanto di lui, dei suoi più intimi pensieri, che mi sembra assurdo non averlo mai conosciuto.

«Lo conoscerai».

«Già, quando tutto questo sarà finito. Quando scaccerai per sempre i fantasmi che da anni abitano la tua mente. Spero che nessuno interrompa ciò che hai appena iniziato, qualcuno che, in qualche modo, possa rendersi conto della scomparsa del dottore.

«Il dottor Bhauer è un uomo solo» dice Alex mentre scende le scale. «Non ha nessuno. Non ha figli, né moglie. Una sorella che vive in Australia. Una domestica che gli fa le pulizie in casa il sabato, tranne che nei prossimi quindici giorni perché, in concomitanza con il dottore, ha preso un periodo di ferie. L’unica persona con cui ha contatti è un collega, pseudo-amico, assicuratore, nonché socio in truffe con cui spartiscono compiti e denaro. Si sentono principalmente su Whatsapp o tramite sms. Sua madre, ultra novantenne, è chiusa in un ospizio. La sua vita ruota intorno al turismo sessuale, alle prostitute e alle truffe. Vive nella villa da cui lo abbiamo prelevato da un paio d’anni e non ha nessun legame con la gente del vicinato». Ivon scuote la testa silente.

«Come cazzo fai a sapere tutto questo!»

«Ovviamente ho spulciato il suo telefono: registro chiamate, messaggi, Facebook, Instagram. I social network sono lo specchio della nostra vita. Guarda qui…» dice con lo smartphone del medico in mano. «Nel gennaio del 2016 il nostro amico parte in vacanza per la Romania; che belle foto! Cosa vuoi che ci sia andato andato a fare, un sessantenne, da solo, senza alcun legame con persone del luogo, in Romania? Non c’è un’amicizia rintracciabile attraverso un messaggio, una chat. Tre mesi dopo è andato ad Acapulco. Poi, Nogaomi. Tutte mete in cui il 70 % degli italiani va per togliersi qualche sfizio con prostitute minorenni, bambine che fanno sesso per pochi spiccioli». Ivon si allontana. Entra in bagno. Vomita.

«Sei un coglione, ti comporti come se non la conoscessi. Che cazzo ti passa per la testa!»

«Non pensavo che la prendesse così, credevo che gli avessi parlato del pezzo di merda che ci siamo messi in casa».

«Se lo avessi fatto, non avrebbe mai acconsentito! E comunque, non puoi spiattellare tutto così, che reazione ti aspettavi che avesse?»

«Hai ragione, scusa, e che sono strafatto e parlo a ruota libera».

Bhauer accenna un movimento, il suo corpo comincia a dare segni di rinvenimento.

«Dobbiamo toglierlo da qui, aiutami a metterlo sulla carrozzina e portiamolo nel box». Alex, silente, apre le mani con il volto pietrificato. Ivon scarrella la pistola e la tiene puntata sul cranio del medico. Il suo viso è impassibile, inespressivo.

«Non lo voglio in casa» dice sottovoce.

«Cazzo, Ivon… posa quella pistola!» urla Alex.

«Non lo voglio…» ribadisce.

«Ivon, guardami» dico piazzandomi sulla traiettoria dell’arma. «Non puoi farlo fuori; non così. Se lo fai, lo salvi. Deve capire il male che ha fatto. Questa è la sua punizione. Il dottor Bhauer è un truffatore, un meschino. Uno che ha fatto della lussuria una motivazione per stare al mondo. È entrato in casa mia, travestito da medico specialista, quando avevo tredici anni. Avrebbe dovuto assistere mio padre, aiutarlo a guarire, e invece, dopo aver tastato il terreno, a cominciato a somministrargli farmici che lo hanno reso inerme portandolo a un passo dalla morte. A condotto mia madre alla disperazione e se le portata a letto. Le ha proposto di stipulare un’assicurazione e di richiedere assistenza medica in casa. Questo è quello che fa il dottore per permettersi la villa splendida in cui vive, il rolex e la vita che conduce. Avevo tredici anni quando è iniziato questo calvario, e fino ai 16, prima di scappare dall’inferno in cui mi affacciavo ogni giorno, ho accumulato odio che un giorno gli avrei restituito. Chissà quante altre persone hanno contribuito, con la loro vita, con la loro disperazione, a riempirgli il portafogli. E tu credi che sparargli sia una soluzione?» Impugno la canna della pistola; Ivon abbassa il braccio. «Quel giorno è arrivato. Se lo uccidi lo salvi».

«Fa quello che devi fare, ma portalo via da qui».

Priviamo l’uomo degli indumenti e lo mettiamo seduto sulla sedia a rotelle. Con il nastro da imballaggio gli leghiamo i polsi, le caviglie e il capo al cuscino poggiatesta, dopodiché, con un lenzuolo tenuto da una spilla d balia lo copriamo dal collo in giù.

«Cristo santo! Non so ancora cosa tu abbia in mente ma, credimi, non vorrei essere al suo posto!»

«Dov’è il materiale che ti avevo chiesto di recapitare?»

«Et voilà!» risponde entusiasta trascinando uno scatolone ai miei piedi. «Tutto qui: pannelli in poliuterano espanso, colla, pennellessa, una cassa acustica, lettore mp3 e un faretto da 100 watt! Mi sembra che ci sia tutto…»

«Perfetto, sei un grande! Prepariamo la stanza».

Spargiamo la colla lungo le pareti che danno sull’esterno e con i pannelli di poliuretano rendiamo l’ambiente insonorizzato. Sistemiamo Bhauer al centro della camera e, a un metro di distanza, piazziamo il faro in direzione della sua faccia, mentre, alle sue spalle, colloco la cassa collegata al lettore mp3. Il medico comincia a muovere la testa, apre le dita della mano; sta per svegliarsi. Alex gli sigilla la bocca con un giro di nastro adesivo e si siede al mio fianco dietro il faro.

«Sai che ti sono debitore e che puoi sempre contare su di me?» dice passandomi una sigaretta.

«Si, lo so».

«Sai che puoi chiedermi qualsiasi favore senza darmi alcuna spiegazione…»

«Quindi, dove vuoi arrivare?» Alex mi indica il dottore: ha aperto gli occhi.

«Dragan, cos’hai in mente? Non credi sia arrivato il momento di spiegarmelo?»

«Certo». Accendo il faro sul viso di Bhauer che comincia a dimenarsi spasmodicamente. I suoi occhi sgranati sono alla ricerca di una spiegazione, sono lo specchio dell’angoscia che inizia a divorarlo da dentro. «È arrivato il momento di sfinire l’aquila».

Fine del 2° capitolo

Romanzo interattivo è un esperimento

Senza il coinvolgimento del lettore non avrebbe senso continuare, per questo ti chiedo di commentare e di invitare un tuo conoscente a iscriversi e partecipare attivamente: se ogni lettore lo facesse avremmo il doppio dei commenti e un interazione più coinvolgente a ogni uscita.

Sull’altalena: torniamo al 1° capitolo

(Se vuoi rileggerlo…) http://robertopuccio.blog/2020/05/05/romanzo-interattivo/2/

Dragan, il protagonista del romanzo, ha appena ricevuto una somma di denaro da suo padre e sta per scappare di casa. Come?

A: Potrebbe usare l’auto della madre

Dragan è ancora minorenne, immaginiamo, però, che sappia guidare. Potrebbe allontanarsi velocemente in auto, rischiando di essere segnalato o fermato dalle forze dell’ordine. Consideriamo anche il lungo viaggio che deve affrontare.

B: Può andare a piedi e fare autostop

Potrebbe andare a piedi, allontanarsi attraverso delle strade isolate di campagna e cercare un mezzo alternativo per allontanarsi: un treno; un passaggio.

C: Va a piedi fino al porto e sale, clandestinamente, in una nave

Potrebbe vivere in una zona non troppo distante dal porto, arrivarvici in qualche modo ( a piedi; autostop) e riuscire a intrufolarsi.

D: Esprimi una tua idea

Ciò che ti passa per la testa, senza curarti delle alternative che ho elencato.

Se sono riuscito a coinvolgerti, a emozionarti, e sopratutto, se ti fa piacere che io continui a scrivere il seguito di questa storia, invita altre persone a iscriversi per fare parte di questo progetto. Grazie e a presto!

Roberto Puccio

5 commenti su “Romanzo interattivo 2° capitolo”

  1. Sono scossa! Contenuto dettagliato al massimo… (quasi dimenticavo il pollo in padella) Sono passata dal “quanto è crudele” al “merita anche peggio” Interessante pensare che il racconto possa prendere ancora qualsiasi piega. Bravo!

    1. Grazie!!! Incasso il tuo complimento e ti invito a leggere il terzo capitolo dopo aver cucinato😅… Appena hai tempo, mi piacerebbe se commentassi una delle opzioni per il proseguimento… a presto!

  2. Intrigante e intenso. Il concetto di vendetta non mi appartiene ma sono con Dragan e non vedo l ora di sapere cosa ha in mente!!!
    Mi piacerebbe che proseguisse la storia con la soluzione C….clandestino in nave, mi fa immaginare tante altre avventure da affrontare prima di raggiungere l obiettivo.

  3. La soluzione A rischiosa e credo breve, la B potrebbe avere pieghe diverse lungo il tragitto e magari chiedendo il passaggio ad uno sconosciuto, la C un po’ come la B ma con sfaccettature molteplici che potrebbero crearsi all’interno della nave da imboscato… Escludendo la A la decisione è dura ma opterei per una nuova soluzione, viaggio in treno seguendo i binari di una storia avversa e controversa ove come per le soluzioni B e C si creerebbero nuove storie nella storia, solo che sul treno una storia per ogni fermata che magari farà scoprire sempre più il personaggio che ad ogni fermata ha inizio una nuova avventura che come in un dejavù fará raccontare se stesso…

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