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Introduzione

Vibrò il suolo e la tromba del tir frantumò il silenzio. Con il braccio fuori dal finestrino, Alfredo strinse il pugno e scomparì dietro la foschia. Emulai il suo gesto e rimasi sul ciglio della strada a riflettere su quanto mia aveva raccontato della sua vicenda familiare. Riuscii a sentire mio quel senso di impotenza che aveva provato difronte la realtà che sotterrò la stima e l’orgoglio per suo padre. Capii che fra me e Alfredo c’era qualcosa che andava oltre quel momento di condivisione: il motivo del nostro incontro non poteva essere offuscato dalla parola casualità. La sua storia aveva condizionato i miei pensieri. Aveva tirato fuori qualcosa che, necessariamente, doveva manifestarsi. Se non avessi preso il treno e non mi fossi dato alla fuga dinanzi ai poliziotti, se non fossi arrivato in quell’area di servizio a fianco del suo tir, la sua esperienza, il suo stato d’animo e il suo rammarico si sarebbero manifestati attraverso altri canali, per condizionare, a ogni modo, il corso della mia vita.
Nulla capita per caso. Siamo tutti tributari dello stesso corso d’acqua, il più grande, quello in cui converge tutta l’energia.
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Capitolo 5

CONVENTO DELLA SACRA CROCE

Roberto Puccio
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Le auto sulla statale viaggiavano come frecce scoccate dall’egoismo trafiggendo i fasci di luce, animati da polvere e smog, che i lampioni proiettavano sull’asfalto. Ero diretto al motel che mi aveva indicato Alfredo e non desideravo altro che dare tregua a un organismo esagitato che da diciassette ore non aveva smesso un attimo di spingersi avanti.

La tabella della pensione, sbiadita e corrosa dal gelo, ciondolava attaccata su due catene. La campanella si innescò lungo la corsa della porta annunciando il mio ingresso nella hall, una stanza priva di forme di vita, a eccezione di una pianta grassa che, con i suoi aculei, si difendeva da un ambiente glaciale per nulla accogliente. Allungai il collo per osservare oltre il bancone della reception: uno sgabello di legno, un registro aperto e una tenda a costine che filtrava la luce fioca proveniente dalla stanza adiacente. Gli occhi della Gioconda mi osservavano da una stampa ingiallita appesa a una parete rivestita da carta da parati a strisce, e il silenzio, che mi stava legando stretto, veniva interrotto dal boato dei mezzi che percorrevano la strada statale.

  

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Dopo un colpo secco al campanello da banco, avvertii una fragranza speziata che donò colore all’ambiente. Scoprii che la sensazione di essere osservato non era riconducibile alla riproduzione della Monna Lisa ma ad una ragazza che mi stava fissando seduta su un divanetto nella sala d’aspetto.

«Ciao, c’è qualcuno con cui posso parlare per avere una stanza?» Il vestito succinto metteva in mostra le gambe magre come bastoni di scopa. Il viso, truccato di tutto punto, era nascosto da capelli lunghi e sottili. «Scusa se ti disturbo» ripetetti avvicinandomi. «A chi posso rivolgermi per avere una stanza?» Incavati negli zigomi, gli occhi chiari come vetro soffiato puntavano il soffitto. Perplesso, indietreggiai, e finii per urtare un vaso che si schiantò per terra. La ragazza sorrise.

«Con me, devi parlare con me!» proferì l’uomo che si materializzò da dietro la tenda mentre cercavo di risistemare il vaso sul mobile. «Sei stato fortunato, non si è rotto! Non sfidare la sorte e dimmi cosa ti serve?»

«Vorrei cenare e avere una stanza per questa notte».

L’uomo uscì da dietro il bancone e mi fissò da capo a piedi.

«Chi sei, e cosa ti è successo? Tuo padre ti ha buttato fuori di casa?» insinuò con una risata spezzata da colpi di tosse.

    

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«Ho bisogno di una stanza, solo per questa notte. Domattina riparto». L’uomo corrugò il viso grattandosi il naso. «Lei è il signor Manfredi? Alfredo, il camionista, mi ha mandato qui».

«Il camionista? Se Alfredo crede che gli sia debitore a vita, e che per sdebitarmi possa prendere in custodia un minore senza valigia scappato da chissà dove, si sbaglia di grosso».

«I debiti che ha con Alfredo non mi riguardano, lui mi ha soltanto indicato questo posto. Mi dica quanto le devo per una stanza e domani all’alba andrò via».

La campanella della porta annunciò l’ingresso di un uomo. Indossava un cappotto a tre quarti e un cappello sotto il quale nascondeva lo sguardo. Ripose il paracqua nel porta ombrelli e si avvicinò al banco. Servizievole, il gestore del motel gli porse la chiave di una stanza.

«Si accomodi, primo piano stanza numero dieci» specificò facendo un cenno alla ragazza che, prontamente, accompagnò l’uomo. «Veniamo a noi…» continuò alitando sugli occhiali che strofinò con la maglia. «Posso ospitarti solo per questa notte. Domattina alle cinque devi sparire o verrò a prenderti di peso, chiaro?».

   

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«Chiarissimo!»

«Stanza numero sette, primo piano. Infondo a destra c’è la sala ristorante. Cento euro pagati in anticipo per la stanza, la cena e la doccia che ti consiglio di fare, ma vedi di non rilassarti troppo, l’acqua costa e fra non molto la cucina chiude».

Una guida rossa fissata sul pavimento con delle fascette di metallo dorate mi accompagnò fino alla rampa di scale. Sull’uscio della mia stanza, la fragranza di agrumi e cannella trascinò il mio sguardo infondo al corridoio sulla porta dell’ultima camera. Ero dentro quel posto da quindici minuti e avevo messo a fuoco dei pensieri che stavano mandando in corto circuito le mie idee, tanto da mettere in discussione una priorità: riposare.

Mi lanciai sul letto.  Avrei voluto mangiare, scrivere tutto ciò che di fantastico mi stava capitando e riposarmi. Volevo rimanere focalizzato sul tragitto che mi attendeva ma non riuscii a distogliere l’attenzione che aveva guadagnato la ragazza nella hall con il suo modo di fare inaspettato, quel sorriso e il profumo che continuavo a sentire nell’aria.

Mi affacciai sul cortile e fumai l’ennesima sigaretta focalizzando il punto della situazione.

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Immaginai Bernadette che si muoveva in casa. Non sapevo ancora se attribuirle un atteggiamento disperato a causa della mia scomparsa o, al contrario, un’aria sollevata per non avermi più fra i piedi. Pensai a mia sorella, a quanto fosse piccola e bisognosa del calore dei genitori, e poi a mio padre, inerme, contro il vetro di quella maledetta finestra. In attesa, come se la vita potesse aspettarlo per sempre.

Dopo una doccia calda, mi rivestii con i soli indumenti che possedevo e raggiunsi la sala ristorante. Presi le distanze dagli unici clienti giunti al caffè e alle conversazioni di fine pasto e mi sedetti a un tavolo accanto la finestra. Con passo lento e andatura traballante, tornò di scena la ragazza della hall che, senza alcuna richiesta, mi servì un piatto con della brodaglia. Privo di trucco, il suo volto aveva cambiato aspetto. La carnagione chiara faceva spiccare le occhiaie su cui le sprofondava lo sguardo, ma il suo viso, giovane e pulito, nel momento in cui accennava un sorriso si riscattava come un fiore che si apre al sole.

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«E tu?» esclamò poggiando una brocca di vino sul tavolo.

«Io cosa?»

«Cosa ci fai qui? Non mi sembri uno che va a troie, né un camionista».

Le dita gracili erano in dissonanza con il tono della voce secco e determinato. Era la prima volta che una ragazza mi parlava con questi toni. Immobile, continuò a fissarmi. Passarono secondi interminabili in cui non seppi cosa risponderle e arrossii. «Se vuoi posso portarti una Coca?» propose sorridendo.

«Il vino va benissimo!» risposi guardando fuori dalla finestra. «Mi servirebbe anche un bicchiere».

La osservai mentre si muoveva dietro il bancone e mi promisi di riscattare l’atteggiamento da imbranato con cui mi ero esposto.

«Ecco il bicchiere. Scusa per prima. Non sono abituata ad avere dei clienti coetanei. Solo camionisti e maiali».

«Ivonne!» urlò il signor Manfredi dalla cucina.

Avrei voluto presentarmi, ma prima che riuscissi a parlarle la ragazza si defilò per servire il conto ai clienti che stavano per lasciare il locale. Mi sentii uno stupido, anche se in quel piccolo sfogo confidenziale che mi aveva concesso mi era sembrato di leggere qualcosa che andava oltre i formali convenevoli con cui ci si rivolge a un estraneo.

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Finii la brodaglia con carne e verdure senza capire che gusto avesse mentre Ivonne, che aveva occupato il tavolo di fronte al mio, si preparava per cenare. Aveva una boccettina fra le mani. Fregò i polsi e annusò la fragranza che raggiunse il mio viso. Un profumo fresco e pungente che già conoscevo bene. Chiusa nelle spalle, fissava la pietanza che stava consumando, cucchiaio dopo cucchiaio, senza lasciar trapelare alcuna sensazione di buono o cattivo gusto. Non avevo mai visto una ragazza così magra. Le braccia si allungavano fuori dalle maniche come ramoscelli e sembrava che facessero fatica a tenere la posata. Abbandonò il cucchiaio sul piatto, addentò una mela, fece fuori altri due spruzzi di profumo e tornò a fissarmi.

«Vuoi?» propose allungando il frutto scavato dal morso.

«No, grazie».

«Se ti schifi te ne prendo un’altra, ne tengo sempre due sotto il bancone, come scorta! Ceno sempre con la mela».

Ivonne rigirava il frutto cercando il punto migliore da addentare. Assaporava i bocconi come se stesse consumando un piatto prelibato che l’aveva distolta dalla nostra conversazione. Spiazzato, decisi di tornare in stanza.

  

  

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«Buonanotte» dissi defilandomi.

«Aspetta…» La ragazza uscì dalla cucina con una mela in mano. La lucidò con la manica della maglia che indossava e la ripose dentro un portamela di plastica. «Ho sentito che domani mattina vai via; portala con te».

«Grazie, sei molto gentile. Mi chiamo Dragan».

«Lo so. L’ho letto nel quaderno in cui Manfredi appunta le entrate extra». Sorrisi. Ancora una volta, silenzio. Ivonne mi fissò in attesa, poi sciolse la corda che teneva strette le mie parole in gola. «Non hai nient’altro da dire, Dragan? Nei tuoi occhi c’è un fiume in piena».

«Sono scappato di casa da venti ore, credevo di vivere dentro un purgatorio. Ho camminato a lungo nelle prime luci del mattino prima di salire clandestinamente su un treno merci diretto a Genova. Il macchinista, nonostante lo avessi pagato per garantirmi il viaggio, ha contattato le forze dell’ordine. Nel momento in cui il treno stava per arrestarsi mi sono lanciato fuori dandomi a gambe elevate per sfuggire ai poliziotti. Non avendo altre vie di fuga mi sono buttato giù da una scarpata provocandomi una lesione al ginocchio. Ho rischiato di essere investito ma sono riuscito ad arrivare dentro un’area di servizio. Ho indossato altri vestiti e buttato via lo zaino con le uniche cose che avevo». Ivonne mi fissava senza battere ciglio.

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«Ho trovato una via di fuga intrufolandomi dentro un Tir in rimessa. Ho rischiato di essere malmenato dall’energumeno che un paio di minuti dopo si è messo alla guida del mezzo. Fortunatamente, il suo trascorso da galeotto e l’odio che mi ha confessato di nutrire per i poliziotti lo hanno spinto ad aiutarmi. Mi sono guadagnato un passaggio di cinque ore, ho camminato zoppicando per un paio di kilometri sulla strada statale e sono arrivato fin qui. Devo raggiungere un luogo che si trova al confine con la Slovenia. Perché? Non lo so neanch’io! È un’indicazione che mi ha dato mio padre in uno dei pochi momenti di lucidità che ha avuto negli ultimi due anni in cui è passato dalla depressione a un’alienazione da psicofarmaci che lo stanno uccidendo». Ivonne sorrise e scosse la testa. Mi guardò come se non le avessi raccontato niente di speciale, come se le capitasse ogni giorno di sentire storie del genere. «Sei sempre così sensibile a quello che ti racconta la gente!?»

«Dici di essere scappato da un purgatorio? Abbiamo qualcosa in comune. Te lo dice una che ha vissuto per nove anni all’inferno!»

La ragazza non aggiunse altro a una frase che aveva già detto tutto. La convinzione che le lessi nel volto le si era ricucita nello sguardo che tenne puntato nel vuoto.
   

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Come se nulla fosse, morse ancora la mela e tornò a sorridere.

«La prossima settimana compirò vent’anni. Spero di scappare anch’io un giorno. Magari in bicicletta. Adoravo andare in bici prima di ammalarmi. Sai cosa mi piaceva di più? Il senso di appagamento, di pace, che si prova nel farsi trasportare dal vento dopo un’estenuante salita. Forse un giorno proverò ancora quell’emozione». Ivonne si defilò nel corridoio e tornò trascinando una bicicletta. «Prendila. A me non serve più ormai. Le mie gambe non sono buone a pedalare. Rubala domattina» specificò poggiandola nel sotto scala. «Non posso regalartela, Manfredi mi ucciderebbe!»

«Dici davvero?»

«Si. Ovunque tu sia diretto, portala con te».

«Devo raggiungere mia zia Agata al convento della Sacra Croce. Sai darmi qualche indicazione? Non posso usare lo smartphone, rischierei di essere rintracciato».

Ivonne sfregò le mani, contorse le dita e barcollò.   

«Che succede? stai male?» chiesi sostenendola dalle spalle mentre guardava nel vuoto.

«Non toccarmi!» Attonito, feci un passo indietro.

«Scusa. Non volevo invadere il tuo spazio».  

   

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«Conosco bene quel posto» specificò respirando ansiosamente. «Ti basterà percorrere la costa fino alla zona industriale. Il mare ti porterà ai piedi dell’altura, una riserva naturale su cui si erge il convento» concluse scappando via.


“C’è un posto nel cielo in cui è stato scritto il nostro cammino. Non conoscerlo è l’essenza della vita, scoprirlo, giorno dopo giorno, è vivere in simbiosi con il presente”
                                                                          Pavel Kodermac

Mi svegliai con la penna fra le dita e i fogli sparsi sul letto; erano le cinque in punto. Bernadette. La mia stanza. Sofia. Mio padre. Scacciai via le immagini di una vita che non mi apparteneva più e racimolai le mie cose, dovevo prendere la bici di Ivonne e sparire prima che il signor Manfredi si svegliasse.

Scesi le scale a tentoni e scrutai nel sottoscala in cerca della bici, ma l’acciottolio dei piatti, proveniente dalla cucina, mi diede l’input per catapultarmi fuori. Davanti la porta d’ingresso del Motel, poggiata a un lampione sul marciapiede, trovai la bicicletta di Ivonne.

  

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    C’era un biglietto attaccato con una pinza sul filo del freno.

L’ultima bicicletta mi era stata regalata quando avevo sei anni. Col passare del tempo, regolando al massimo l’altezza di manubrio e sedile, riuscii a guidarla fino agli undici, ovvero, fino a che le mie gambe potevano contorcersi per stare sui pedali di un mezzo fuori dalla mia portata.

Sfrecciai via dal motel e affrontai un pendio che mi regalò crampi alle cosce e una fitta dolorosa al ginocchio. In discesa, con il vento sul viso, avvertii la sensazione di libertà ed entusiasmo descritta da Ivonne; ero felice. Per la prima volta mi sentii padrone del tempo, libero dai fantasmi del passato e dalle preoccupazioni future.
   

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Percorsi la strada statale e uscii su una via provinciale che si proiettava sul mare. Partorita da un cielo che non mi apparteneva ancora, assistetti alla mia seconda alba. Radiosa. Fiammeggiante. Respirai la salsedine e mi feci accompagnare dal luccichio delle acque che si infrangevano sulla scogliera. Avvolto dal garrito dei gabbiani che sorvolavano la costa, procedetti con un’andatura rilassata fino al momento in cui la strada si diramò in un bivio: da una parte, una sopraelevata che mi avrebbe riportato sullo scorrimento veloce, dall’altra, una sorta di cunicolo stretto e angusto: un’antica galleria ferroviaria dismessa. Contrariato dall’altezza del ponte, mi affacciai sul tunnel e intravidi la luce in profondità. Inghiottito dall’arteria che attraversava la montagna, percorsi il tratto avvolto nella penombra fra odori minerali che sapevano di roccia e ruggine. Il crepitio delle ruote risuonava amplificato, e con i brividi sulla schiena, fra aria gelida e palpitazioni, ritornai alla luce; il cielo non era mai stato così luminoso.

Il percorso a seguire mi allontanò dalla costa costringendomi a pedalare pesantemente per valicare una vallata. Mi inserii su una stradina di terra e pietre soffocata dalla vegetazione, poi su un pontile di legno che spaccava in due la valle proiettandomi sull’ennesima strada in salita.

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Percorsi il sentiero di campagna allo stremo delle forze fino a che, esaurite le energie, scesi dalla bicicletta e continuai a piedi. Raggiunsi la vetta costeggiando delle abitazioni e, sotto lo sguardo indiscreto delle persone del luogo, ottenni la tregua ambita su uno spiazzale in cui c’erano una fontana e un bar. Con le gambe rigide come tronchi, riposi la bici a fianco di un vecchio Pick-Up ed entrai.

Un ragazzo si dimenava giocando da solo a calciobalilla mentre, al banco, due anziani bevevano un caffè discutendo animatamente. Mi rivolsi a loro per avere informazioni sul convento e, discordi, cominciarono a inveire uno contro l’altro in un dialetto incomprensibile. Capita l’antifona, uno di loro mi invitò a seguirlo fuori per indicarmi, fisicamente, la strada da percorrere.

«Cazzo! Non c’è più la bici! C’era una bici accanto il Pick-Up, proprio un attimo fa!» dissi al cassiere che, indifferente, tirò su le spalle. Tornai fuori e, snervato, continuai a guardare il punto in cui avevo poggiato la bicicletta. «Non è possibile, non c’era anima viva! Che coglione!»

«Cosa stai cercando?» chiese il ragazzo che avevo visto giocare da solo al biliardino. Dentro il Pick-Up, avvolto da una nebbia di fumo, indossava un cappellino nero con una borchia di metallo e ascoltava musica da una cassa Bluetooth.
   

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«Cerco la bici che ho lasciato qui fuori un attimo fa» specificai sicuro di avere davanti l’autore del furto. «A giudicare dal posto in cui ci troviamo non credo ci siano molte persone a cui chiedere che fine abbia fatto!»

«Credo di sapere chi può avertela rubata» affermò mendace. «Succede sempre quando passa qualcuno che non è del posto. Da dove vieni?»

«Non sono cazzi tuoi! Dov’è la mia bici?»

«Ehi, perché te la prendi così, in fondo sto cercando di aiutarti. Non ti ho detto che so dov’è, io nemmeno l’ho vista la tua bici! Però posso chiedere. Aspetta qui» propose scendendo dall’auto «ci metto due minuti».

A debita distanza, dopo un paio di telefonate, il tizio tornò compiaciuto.

«Con cento euro riavrai la tua bici. Contento?»

«Non ce li ho cento euro. E anche se li avessi, che ti fa credere che sarei disposto a pagare per riavere la mia bici?»

«È così che funziona».

«Non dalle mie parti!»
   

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«Benvenuto allora!»

Snervato, ignorai l’individuo e proseguii a piedi seguendo l’indicazione che mi aveva dato l’anziano del bar.

«Aspetta, possiamo concordare per settantacinque euro! Mi sembra ragionevole» propose standomi alle calcagna.

«Non hai capito, non pago per la mia bicicletta, è una questione di principio. Tienitela e vaffanculo!

«Tenermela? Chi ti ha detto che ce l’ho io? Non saprei che farmene di quel ferro vecchio».

«Avevi detto che non l’avevi vista» puntualizzai accelerando il passo.

«Ok, fa come credi. Se ci ripensi mi trovi al bar o dentro il Pick-Up. E comunque, ce l’hai sopra la testa».

«Cosa?»

«Il convento che stai cercando, è proprio lì» rispose indicandomi l’altura su cui si intravedeva il campanile che sbucava fuori dalla vegetazione e dalla foschia.

«Basta la bicicletta? O vorresti essere pagato per l’informazione?»
   

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«Figurati! Ho capito chi sei: un povero disperato che cerca un posto per stare con il culo al caldo e la pancia piena».

«Da dove ci si arriva?» chiesi ignorando le sue provocazioni.

«Infondo c’è un biforcazione. Segui la strada sterrata sulla sinistra per circa cinquecento metri, ti porterà davanti l’ingresso. Non so cosa stai cercando ma ti avverto: non farti ingannare dall’apparenza. Quel convento è l’opposto di ciò che sembra, o se preferisci, il contrario di ciò che dovrebbe essere.

«Ne terrò conto. Addio».

«Mi chiamo Alex» specificò dalla distanza «Se ci ripensi, sai dove trovarmi!»
   

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