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Introduzione

Quando nacqui mia madre si rifiutò di vedermi. Fu traumatizzata dal dolore che le avevo causato durante il parto e, vittima di una forte depressione post-partum che radicò nel suo animo, non volle sapere nulla di me per un anno. Visse dentro una gabbia di irritabilità e frustrazione, perse autostima e si convinse di non essere adatta al ruolo che Dio le aveva assegnato. Quando venne fuori da quello stato mentale, viste le condizioni economiche precarie dovute agli impieghi saltuari di mio padre che si arrangiava destreggiandosi fra varie mansioni manuali, usò l’attenuante del lavoro per continuare a mantenere le distanze da un dovere che proprio non volle assolvere: crescere un figlio. Per i primi due anni di vita, trascorsi le mie giornate con Agata, la sorella di mia madre. Nonostante fosse dieci anni più piccola e stesse ancora studiando, riuscì a darmi tutto l’affetto di cui avevo bisogno. Fu la prima a guardarmi negli occhi, la prima ad avvolgermi con il calore della voce e il profumo della pelle. Un odore che, crescendo, continuai a sentire nell’aria, lì, dove la memoria lo rievocava.
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Agata mi trattò come un figlio, nutriva un innato bisogno di occuparsi degli altri, e non a caso, finiti gli studi, lo spirito di sacrificio con cui si prestava la portarono a fare una scelta scritta da sempre fra le stelle del suo cielo: diventare suora.
Ho un chiaro ricordo di lei e un grande senso di appartenenza. Una visione pragmatica da attribuire a tutti gli aneddoti che mio padre mi aveva raccontato con minuziosa attenzione, mostrandomi fotografie sopravvissute a quel periodo e scavando dentro nostalgie che avevano lasciato segni indelebili.

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Capitolo 7

LUCI E OMBRE

Roberto Puccio
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Il campanile del convento puntava il cielo, veniva fuori da una struttura circoscritta da mura imponenti strangolate da rampicanti che si aggrovigliavano fino all’ingresso principale: un portone di legno e ferro, massiccio e invalicabile come quello di un fortino medioevale.

Dal carretto, un contadino porse una cesta con dei frutti a un’anziana suora che si reggeva, sbilenca, su un bastone. La donna tastò con cura i prodotti della terra e, soddisfatta, diede il suo benestare. L’uomo salutò togliendosi il cappello, intimò al cavallo di partire e andò via alzando un polverone.

«Buongiorno sorella». La donna oltrepassò l’uscio senza degnarmi di uno sguardo. «Buongiorno…» replicai alzando il tono della voce. Nessuna risposta. I raggi del sole si insinuarono tra le fronde e mi illuminarono il viso proprio a un passo dall’anziana che, distratta, stava per chiudermi il portone in faccia. Sorpresa, fece un passo indietro e mi punto il bastone. «Mi perdoni sorella, non volevo spaventarla. Sto cercando suor Agata» specificai con le mani alzate come se mi avesse puntato un fucile. La sorella continuò a fissarmi, abbassò l’arma e, guardinga, uscì allo scoperto. «Cerco Suor A-g-a-t-a» ripetetti snervato.

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Con lo sguardo accigliato che marcava la pelle raggrinzita, mi squadrò da capo a piedi e senza esitare cominciò a palparmi il viso: prima la fronte e il naso, poi gli zigomi, la bocca e il mento.

«È incredibile!» disse accennando un sorriso che mise in mostra pochi denti sgangherati.

«Cosa, è incredibile?»

«Siete identici!» specificò premendomi le guance come se stesse tastando un frutto. Lasciai che la donna esaminasse il mio viso nonostante le mani le puzzassero di cipolla e il suo alito avesse appesantito l’aria che profumava di pino. «Agata mi ha parlato di te, ogni giorno, negli ultimi quattordici anni» affermò con una spontaneità disarmante che sembrava travisare la realtà. «E mi chiedo come mai ti sia deciso a venire soltanto adesso, dopo tutto questo tempo, nonostante la forza dei pensieri sia palpabile nell’aria e il richiamo dell’anima annulli le distanze raggiungendo tutti e subito».

«Sarei venuto prima se avessi avuto la libertà di scegliere».

«Abbiamo sempre la libertà di scegliere, quello che ci manca è il coraggio».

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Frastornato dalle sue parole rimasi in attesa. La suora si guardava intorno, come se non avesse altro da aggiungere. Mi piantò in asso e, del tutto disinteressata, con la testa rivolta al cielo, prestò attenzione a un merlo che cantava appollaiato su un ramo.

«I frutti sono più buoni se i rami vanno su liberi» disse dando delle pacche sulla corteccia dell’albero.

«Quindi Agata le ha parlato di me in tutti questi anni? E cosa le diceva?»

«Nulla».

«In che senso nulla?»

«In convento vige il silenzio; non si può parlare».

«Non capisco! Mi ha appena detto che Agata le ha parlato di me ogni giorno negli ultimi quattordici anni!?»

«No, lei non parlava, ero io ad ascoltare. Ascoltavo i suoi pensieri e il suo cuore. La vedevo osservare, quotidianamente, la fotografia che portava sempre con se. “Chissà come sta e com’è cresciuto” si domandava».

«Dov’è? Posso vederla?»

«Certo che puoi, non sarò io a impedirtelo. Ma dovresti cercarla altrove. In questo posto rimane soltanto chi ha la capacità di rinunciare all’anima, e Agata non ha mai rinunciato».
   

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«Altrove? Che vuol dire?»

«Agata è una suora missionaria. Si trova in Zimbawee o forse in Ruanda? Accipicchia, la mia memoria… Una volta si che era impeccabile. Ricordavo ogni cosa. Tutte le date di nascita e morte».

«Quindi suor Agata è in Africa? Tornerà?»

«Solo se vuole Dio tornerà».

Sentii il peso della rivelazione e accusai un crollo fisico e mentale. L’obiettivo cardine che mi ero prefissato, e cioè raggiungere una persona con la quale avevo un trascorso affettivo, un punto fermo su cui avrei potuto contare, si era sgretolato come una nuvola al vento. Per la prima volta da quando avevo messo piede fuori casa mi sentii solo.

«Come sei arrivato fin qui? E cosa vai cercando?» ribadì la sorella come se ci fossimo appena incontrati.

«È una lunga storia» risposi rassegnato.
   

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«Non così lunga, vista la tua breve esistenza. Ma dimmi un po’, hai bisogno di mangiare, di lavarti e di un letto per questa notte?» chiese avviandosi verso il portone.

«Si. In realtà speravo che mi ospitaste in convento».

«Dio solo sa quanto mi piacerebbe poterlo fare. Una volta era possibile, ma adesso questo è un convento di clausura: nessuno può entrare o uscire da questa porta, nemmeno per prendere una boccata d’aria».

«E lei sorella? Lei è fuori!»

«Ci sono solo due modi per uscire dal convento. Il primo, avere novantasette anni ed essere mezza cieca, sorda e assolutamente innocua agli occhi della madre Badessa; che il signore abbia pietà di lei. Il secondo è scappare, e fare finta che nulla, mai, sia esistito. Segui il viale e percorri la strada segnata dalle ruote della carrozza di Gustavo. Di che hai bisogno di un letto, ti darà anche qualcosa da mangiare. Vai, senza alcun timore, e che Dio ti abbia in gloria. Adesso devo andare, le mie vecchie gambe non riescono più a reggermi in piedi».

«Non le ho neanche chiesto qual è il suo nome».

«Per tutto il tempo in cui fui una madre Badessa non ebbe alcuna importanza come mi chiamassi. Adesso, che hanno preso il mio posto, mi sono riappropriata del mio nome di battesimo, Benedetta».
   

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La sorella si trascinò sulla porta e con fare curioso mi rivolse un’ultima domanda.

«Dimmi la verità, da cosa scappi?».

«Non sto scappando. Vado incontro alla vita. Ero stanco di aspettarla chiuso in casa».

«Mi sembra di sentire tua madre».

«Mia madre! Conosce mia madre?»

«Conosco la donna che ti ha concepito, abbiamo patito le stesse sofferenze» concluse abbracciata dalle ombre dietro il portone.

«Aspetti, quali sofferenze?» Frenai la corsa della porta infilando il piede sul battente. Dallo spiraglio si accesero gli occhi vitrei della sorella.

«Avvicinati». La sua mano mi trattenne il viso e sentii il fiato sull’orecchio. «Le ho fatto conoscere il diavolo!» concluse chiudendo il portone in un tonfo.

Le rivelazioni di Suor Benedetta mi lasciarono in preda a mille perplessità. Questo suo dire un po’ saggio e un po’ folle mi posizionò al centro di un contesto enigmatico e spettrale che non avevo considerato, un bersaglio su cui si scagliarono quesiti senza risposta.
 

  

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Mi liberai dall’aspettativa che avevo legato al dito quando mio padre mi indicò il convento con lo scopo preciso di incontrare mia zia Agata e ripercorsi il sentiero scavato dalle ruote della carrozza di Gustavo. Ero alla ricerca di un’alternativa, un nuovo obiettivo da perseguitare per dare un senso alla mia presenza in quel luogo.

«Ma davvero credevi che ti avrebbero fatto entrare?» Alex stava pisciando dietro un albero. Tirò su i pantaloni e legò i capelli con un elastico.

«Quello che credo io non è affare che ti riguarda. Perché mi hai seguito? Non hai niente di meglio da fare?»

«Non essere così prevenuto, tu non mi conosci! Voglio solo rendermi utile. Conosco la zona come le mie tasche e potrei evitarti di perdere altro tempo prezioso. Vediamo se indovino… Suor Benedetta ti ha detto che non possono ospitare nessuno e che puoi raggiungere Gustavo, il contadino. Giusto? È la stessa cosa che hanno detto a me un paio di anni fa. Credimi, quel contadino è un vecchio bifolco! Si mostra gentile con le sorelle ma in realtà è uno zoticone e sicuramente avrà scopato con alcune di loro in cambio di qualche cesto di frutta.

   

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«Tutto qui? O c’è dell’altro?»

«C’è dell’altro! Ti chiederà dei soldi per sistemarti a dormire insieme alle capre o, peggio ancora, ti offrirà ospitalità nel suo letto in cambio di un pompino! Quale alternativa preferisci?»

«Vuoi renderti veramente utile?»

«Ti sono già stato utile, ti ho messo in guardia!»

«Non hai un vecchio Pick-up? Mi daresti un passaggio fino al paese più vicino?»

«Quel catorcio non va da più di due anni. Quel giorno ha deciso di fermarsi proprio davanti al bar».

«Degli autobus? Cazzo, ci sarà un modo per spostarsi da questo posto!»

«Niente di niente. Questo è un luogo dimenticato da Dio! Il Motel più vicino si trova a quindici kilometri. Se vuoi puoi chiamare un taxi ma non chiedermi soldi in prestito!»

«Come fai a muoverti quando hai delle necessità?»

«Non ho bisogno di spostarmi, ho tutto quello che mi serve! Da mangiare, da bere e un posto per dormire».

«Sono felice per te. Certo che ti accontenti di poco. Cosa sei, una specie di eremita?»
   

   

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«Ok, chiariamo il punto della situazione! Se ancora non l’avessi capito, la persona che hai davanti è l’unica che può darti una mano; te lo dimostro subito! Ho due buone notizie per te. La prima…» Alex tira fuori la bicicletta da dietro un cespuglio. «Non te la prendere, speravo di riuscire a sottrarti qualche euro ma mi sono reso conto che sei messo proprio male, tanto da cercare rifugio in un convento, quindi, ho deciso di restituirtela. La seconda: posso ospitarti per questa notte. Vivo dentro il bar, o almeno, e lì che passo la notte in cambio di qualche favore al proprietario. In realtà lui mi offre una sorta di copertura per dare meno nell’occhio quando mi occupo dei miei affari e, in cambio, dormendo dentro il locale, è come se gli facessi da guardia. Prima che arrivassi io l’hanno derubato due volte!»

«E magari sei stato proprio tu!?»

«È brava gente, mi trattano come se fossi un figlio. Non farei mai nulla del genere, a loro» precisò serioso.

«Sono contento per te» risposi montando sulla bicicletta.

«Quindi, non rimani?».

«Dentro il bar? Bella sistemazione!»
   
   
   

   
   
   

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«È molto meglio di ciò che credi».

«Grazie per l’offerta e per l’onesta, ma altrettanto onestamente ti dico che hai provato a fregarmi una volta e non ti darò la possibilità di farlo ancora».

«Siamo quello che la vita ci obbliga a essere. Se dovessi cambiare idea sai dove trovarmi! Avrai un tetto sopra la testa e un posto al caldo dove tenere il culo. Vieni dopo le 21.00» specificò mentre mi allontanavo «a quell’ora il titolare sarà andato via».

Percorsi strade che raggiravano vallate immerso in uno scenario nudo, incontaminato, un paesaggio bucolico carico di armonia ma miserevole di opportunità. Il dolore al ginocchio non mi consentì di spingermi oltre ma il clima favorevole mi invitò a trascorrere il pomeriggio all’aperto. Fra le mie priorità, c’era quella di buttare giù concetti che avevano occupato la mente, dovevo svuotarmi dei contenuti prima che l’inserimento di altri avrebbe intasato il mio sistema nervoso.

Mi fermai a scrivere davanti le porte di un cimitero su una panchina di marmo all’ombra di un cipresso. Sotto lo sguardo attento di un angelo scolpito nella pietra che presenziava l’ingresso del camposanto, canalizzai con carta e penna le due giornate di intensa attività emotiva che mi avevano portato fin lì. L’inchiostro doveva preservare la memoria dei giorni che avevo vissuto, ricchi di incontri inaspettati, meraviglia e incertezze.

  

   

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“Trova gli argomenti con incoscienza e scrivi con consapevolezza”.

Le frasi di mio padre diventarono una guida, una conferma alle mie incertezze, e forse era proprio questo il motivo per cui le aveva scritte. Aprirono frontiere lì dove sentivo di avere piazzato un confine, un limite emotivo circoscritto da povertà d’esperienza. Capii di non essere scappato di casa per trovare un altro posto in cui rifugiarmi e costruire nuove certezze, lo avevo fatto per affrontare avvenimenti incogniti a cui il destino mi avrebbe sottoposto. Le persone, i luoghi e le circostanze erano luci da seguire, luci che generano ombre in cui avventurarsi.

Un velo gelido si adagiò sulla vallata mentre osservavo i movimenti che si consumavano all’interno del bar. Le 21.00 in punto. Un’auto aveva appena abbandonato lo spiazzale mentre Alex passeggiava fuori fumando una sigaretta. Sicuro della mia presenza, guardò in ogni direzione e quando uscii allo scoperto lanciò il mozzicone per aria e mi invitò a entrare.
    

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Il suo letto occupava uno spazio angusto dietro la tendina nell’antibagno. In quello spazio riservato c’era un armadietto di metallo, una sedia che fungeva da tavolinetto e un comodino con due cassetti assicurati a un lucchetto.

Servizievole, stappò una bottiglia di prosecco, aprì un pacco di salatini e mi offrì una sigaretta che, quella sera, ebbe un sapore diverso, sapeva di compagnia e condivisione.

«Non credevo che fossi venuto!» disse riempiendomi il bicchiere fino all’orlo.

«Neanch’io».

«Di’ la verità, la paura di passare la notte fuori, al gelo, è stata più forte del timore di fidarti di me?».

«Non ho avuto alternative, questa è la verità! Avevo pensato di tornare al Motel da cui sono venuto ma il mio ginocchio è fuori uso e non avrei potuto continuare a forzarlo».

«Sai cosa mi piace di te?» chiese dileguandosi dietro il bancone «dici quello che pensi senza filtri. È una caratteristica che hanno in pochi» affermò porgendomi uno strofinaccio con del ghiaccio. «Mettilo sul ginocchio, ti farà bene».
   
   

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«Grazie. Da quanto tempo vivi qui?»

«Saranno un paio di anni. In realtà avrei un’alternativa. Il titolare del bar, il signor Gerardo, oltre la casa in cui vive possiede altri tre appartamenti, diciamo pure che è ricco. Sono sicuro che mi farebbe un prezzo di favore se gli chiedessi in affitto il bilocale che si trova a dieci kilometri da qui, ma so già che soffrirei maledettamente la solitudine e che utilizzerei la casa solo di notte, per dormirci. A conti fatti, sarebbe uno sperpero di denaro e una perdita di tempo nel fare avanti e indietro ogni giorno. La mia è una scelta ponderata. Preferisco avere un angolino qui, con la mia famiglia acquisita, piuttosto che andare a vivere da solo».

«È una scelta saggia. Ma di che famiglia parli?»

«Il signor Gerardo è come uno zio. Poi c’è Bartolomeo, il tutto fare, un uomo che ha lavorato per quarant’anni e che non riesce a smettere di farlo. Sono amici d’infanzia e si tengono compagnia. Uno offre da bere e l’altro ammazza il tempo sbrigando vari lavoretti che giovano alla cassa del bar».
   

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«Credo che sia un bel rapporto, hanno trovato il loro equilibrio».

«Proprio così! E poi c’è Vita, la figlia del titolare, una sorella. Guai a chi mi tocca. È stata lei a convincere suo padre a lasciarmi dormire qui. Gerardo è un brav’uomo ma non si fida di nessuno, è ossessionato dal fatto che chiunque possa fregarlo. Conta continuamente i soldi, annota ogni centesimo, controlla tutto e tutti. È riuscito a darmi fiducia nel momento in cui gli ho piazzato delle telecamere a circuito chiuso in tutte le proprietà che possiede. Quando gli spiegai che poteva controllare tutti gli ingressi direttamente dallo smartphone, in ogni momento della giornata, mi guardò come se avesse visto un santo sceso dal cielo che lo aveva miracolato: gli ho regalato la possibilità di dormire sonni tranquilli. Cominciò a fidarsi di me e organizzò questa sorta di stanzetta, una sistemazione momentanea che, invece, è diventato il mio alloggio da venti mesi».

«In che senso hai piazzato delle telecamere a circuito chiuso? Sei una specie di elettricista?»

«Non banalizzare! Sono un appassionato. Amo i fili, le connessioni, i circuiti, l’energia».

«Interessante! È fondamentale avere una passione che ti spinge a fare cose, a sperimentare. Cos’è che ti attrae nello specifico?»
   

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«La cosa che mi intriga maggiormente è l’idea di riuscire ad avere il controllo attraverso forze energetiche che corrono nel vuoto. Energie che esistono ma non si vedono: l’elettricità, i campi magnetici, il Wi-Fi. Ovviamente, la messa in opere delle energie comprende tutta una serie di tecnologie che amo adoperare: le applicazioni, le telecamere, i comandi a distanza. Ma anche attrezzi manuali, a partire dal saldatore fino al giravite».

«Che dire! Sono piacevolmente stupito, non avrei mai visto l’elettricità sotto questo punto di vista!»

Alex non stava sulla pelle. Apre il catenaccio che assicura i cassetti e tira fuori alla rinfusa quattro smartphone e un PC.

«Che ci fai con tutti questi cellulari?»

«Li tengo come scorta! A volte servono dei mezzi di comunicazione “puliti”. Adesso ti mostro una cosa» anticipò mentre accendeva il computer. Spulciò fra le centinaia di cartelle che sovrastano la home page e sorrise euforico. «Amico mio, ti presento la mia passione» preannunciò tracannandosi l’ennesimo bicchiere. «l’elettronica a circuito chiuso. Lo riconosci questo?» chiese indicandomi un video in riproduzione.

«Sono io? E quella è la mia bici!»
  
   

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«Esatto, ti tenevo d’occhio già da prima che entrassi nel bar attraverso il cellulare! E qui è quando sei tornato giù dal sentiero oggi pomeriggio» specificò mostrando un fermo immagine ingrandito. «Questo è ciò che mi piace fare: creare circuiti di telecamere per sorvegliare le aree. Guarda qui, per esempio, attraverso questo dispositivo di geolocalizzazione posso controllare tutta l’area intorno al bar. Ci sono cinque telecamere a infrarossi che mi permettono di avere tutto sotto controllo anche di notte. Non chiedermi a cosa serve un sistema del genere in un posto desolato come questo, mi piace e basta».

«Wow! Ma sei un’autodidatta o cosa?»

«Avevo diciassette anni appena compiuti quando affiancai il titolare di una ditta per venire a fare un preventivo proprio qui, in questo bar. Il conto presentato non è stato di gradimento, così, ordinando i pezzi dalla Cina e utilizzando gli arnesi della ditta, sono tornato sul posto con un altro preventivo: il mio. Praticamente a metà prezzo».

«Quindi lavori per una ditta?»

«Ho lavorato! Beh, in realtà, quello fu il terzo e ultimo giorno della prima settimana di lavoro. Mi videro armeggiare con le attrezzature che ci mettevano a disposizione, capirono l’antifona e non ci pensarono due volte a buttarmi fuori».

«Peccato, ti sei giocato una buona opportunità!»
   

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«Certo, come no. Una buona opportunità per rinunciare a tutto ed essere seppellito dagli orari e dal senso del dovere in cambio di uno stipendio dignitoso; non sarei durato un mese. A volte ci provo a essere più normale ma muoversi fra i vincoli della quotidianità mi offusca la vista. Vivere privandosi della possibilità di esprimere se stessi è uguale a non vivere. È come privare un uccello delle ali e metterlo a correre sul terreno. Non ha senso, non fa per me. Vivere è libertà. Per questo ho deciso di spacciare; guadagno velocemente per risparmiare tempo. Tempo da dedicare alle mie passioni, tempo che mi fa sentire libero».

Alex sciolse un pezzo di hashish. Lo osservai mentre chiudeva lo spinello e pensai a quanto c’era di profondo in quello che aveva appena detto.

«Quindi è questo il sogno che perseguiti, vivere in libertà?»

«Non saprei. Credo solo che la felicità tanto ambita sia impossibile da raggiungere se non sei libero. In realtà, la passione per l’elettronica è lontana anni luce dal mio sogno. Mi è servita per impegnare la mente e sfuggire dalla realtà buia in cui mi sono mosso per qualche anno. Il mio sogno, il contesto in cui immagino di vivere in libertà è tutt’altra cosa. Ma adesso basta parlare di me. Raccontami un po’ della tua vita, hai qualche hobby, passioni?»
   

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«Scrivo».   

«Scrivi? E che cazzo scrivi?»

«Tutto quello che mi passa per la testa. Quello che vivo. Quello che immagino. Scrivo ogni concetto che merita di essere ricordato, condiviso».

«Bello! Non ho mai avuto un amico scrittore. Quindi è questo il tuo sogno? E cosa provi? Voglio dire, è una cosa che ti fa stare bene? Ti scarica? È un po’ come quando scopi, o no?»

«In un certo senso. Più che un benessere fisico, attribuisco alla scrittura una ricerca interiore. Mi permette di guardare dentro il mio animo, le luci e le ombre. Questo mi aiuta ad avere una maggiore consapevolezza e, inoltre, è un modo per comunicare qualcosa al mondo. Le frasi possono essere lette, interpretate, sognate e indossate. Più che una scopata ho sempre immaginato la scrittura come un mezzo per immortalare pensieri, stati d’animo, sensazioni. In poche parole, scrivere è come scattare delle fotografie a qualcosa che non si può vedere ma c’è».
   

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«Praticamente è come l’elettricità!»

«Già, proprio così».

Io e Alex parlammo per tutta la notte altalenandoci fra argomenti profondi che toccano le corde dell’io e concetti puerili sfornati da un istinto che andò a nozze con l’euforia e la spensieratezza che riuscimmo a trarre dalla cappa di fumo in cui respiravamo con un sorriso idiota stampato sul volto.

Lui si confrontò con le mie frasi ritrovandosi su molti concetti e io mi resi conto di quanto fossimo simili e soli.

In una nota silente, mentre il cielo si colorava di un nuovo giorno, lo osservai che dormiva. Mi sembrò di conoscerlo da sempre e mi vennero in mente le parole di Alfredo che, con una stretta alla gola, camuffò il rimpianto con un consiglio paterno attraverso il quale mi suggerì di trovare qualcuno di cui fidarmi.

Le palpebre calarono pesanti come saracinesche e lasciarono posto alle proiezioni della mente: la tabella del motel mirabella, Ivonne, il suo sorriso. Il tir di Alfredo e le sue raccomandazioni. Suor Benedetta. I suoi occhi.

Un lampo di lucidità mi riportò al presente. Formulai un pensiero che accese un’immagine contorta: un mosaico labirintico.

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Capii di avere fra le mani le prime due tessere, le più importanti. Non mi rimaneva altro da fare che congiungerle.

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