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Introduzione

Non puoi evitare che un affluente irrompa nel tuo percorso, così come non puoi esonerarti dall’esserlo. Una regola divina incisa nel cielo, un tributo alla portata d’acqua che riempie l’esistenza di ogni individuo.
L’incarico di cui non abbiamo consapevolezza si farà vivo attraverso canali luminosi o per mezzo di vie oscure. Luci e ombre che presiedono la ragione condizionando i pensieri, le scelte. Inutile cercare di arginare il flusso, tornare sui propri passi, fiutare alternative: ciò che deve accadere, accade. Non puoi evitarlo. È scritto.
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Capitolo 8

LEGAME DI SANGUE

Roberto Puccio
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Quella notte, dopo l’atto aberrante che ci ha visto complici di una sessualità senza inibizioni consumata sotto lo sguardo esanime del dottor Bhauer, io, Alex e Ivonne abbiamo discusso a lungo sulla modalità con cui accogliere Sara, sua figlia. Abbiamo messo a punto un piano retto da supposizioni per cercare di capire quale fosse il modo migliore per gestire un affluente che avrebbe condotto a limite la portata d’acqua del nostro corso.

Attraverso un’attenta lettura delle telecamere di sorveglianza, con cui teniamo sotto controllo l’ingresso della casa del medico, abbiamo avuto la certezza che la donna non fosse ancora arrivata. Decidemmo di giocare d’anticipo, per entrare in scena e prenderne possesso.

Nonostante il mio dissenso, Ivonne ha voluto accompagnarmi per tenere d’occhio il retro della casa e, senza sentire ragioni, si è catapultata nella macchina “usa e getta” che abbiamo acquistato da Carmelo, un mezzo appositamente assemblato con vari pezzi d’auto e targa contraffatta.

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Con il sorriso stampato sul viso e un’espressione magica capace di trasmettere calma anche su una zattera in balia di un mare in tempesta, Ivonne mi osserva dal finestrino dell’auto mentre varco l’ingresso della villa.

Alex è rimasto in casa a sorvegliare il dottor Bhauer. Dalle telecamere, controlla l’ingresso principale della villa per comunicarmi informazioni in tempo reale sull’eventuale arrivo di Sara. In mezz’ora, attraverso il numero del cellulare e i vari profili social, mi ha esposto vita morte e miracoli della donna. Abita in un paese distante un paio d’ore d’auto, ha studiato giurisprudenza e sta facendo tirocinio presso lo studio di un avvocato civilista. Amante della natura, nei fine settimana frequenta corsi di rampicata. È single e vive con Bingo, un meticcio che ha preso in adozione da un canile.

Mi chiudo la porta alle spalle e accendo la torcia. Guido il fascio luminoso lungo la scala in massello fino al piano di sopra. Un lampadario di cristallo, ricco di pendenti, riflette innumerevoli gemme di luce sulle pareti, sui mobili e sulle vetrinette tirate a lucido cariche di oggetti dorati, cornici d’argento e porcellane. Un flashback mi riporta a casa. Bernadette e Bhauer sulle scale. Le luci dell’albero di Natale che illuminano a intermittenza il volto di mio padre. Le sue mani. Mia sorella che dorme. Il tacchino sul piatto.

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Il messaggio di Alex mi riporta al presente. Tiro fuori dallo zaino la pezza, il cloroformio e un pacchetto con un nastro rosso di cui non conoscevo l’esistenza; una sorpresa. Questo spiega i sorrisi con cui la donna che amo mi ha accompagnato fin qui. L’incarto contiene una boccettina con della cocaina, completa di cucchiaino integrato sul tappo, e un biglietto.

Una botta di polvere bianca per narice e affronto l’attesa arginando le inquietudini con una diga costituita da solide ragioni, quelle che mi hanno portato fin qui e che non hanno mai mollato la presa in tutti questi anni.

Sgranchisco il collo. Inspirazioni profonde. Pugni sul petto. Scarico la tensione su e giù per le scale. Tutto tace. L’orologio: sono passate due ore.
   

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Quando parlammo di Sara, ho capito subito che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nel mio esperimento: il coinvolgimento emotivo di una figlia, le vibrazioni emesse da una persona in cui fluisce lo stesso sangue, possono trasmettere alla vittima un dolore equivalente, lo stesso indimenticabile stato di angoscia che ho sperimentato per primo.

Dolore al petto. Ansia. Guardo fuori dalla finestra. Ci sono due auto. L’uomo cerca di afferrare la mano della donna. Lei lo strattona e, tenendolo a distanza, si avvicina all’ingresso. Irrompe in casa e gli sbatte la porta in faccia. Chiude a chiave, accende le luci. Lancia la borsa sul divano e si toglie la giacca. Spegne le luci, accosta la tenda, guarda fuori dalla finestra.
   

     

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«Vattene figlio di puttana» dice mentre l’uomo continua a sbraitare da dietro l’infisso.

Fuori dalle ombre nel sottoscala, seguo Sara al piano superiore e cerco di afferrare un odore che mi anticipi qualcosa di lei. Lo scroscio d’acqua del rubinetto e il suono continuo delle notifiche che riceve sul cellulare sono complici della mia imboscata. Valico gli ultimi gradini della rampa mentre la donna risponde al telefono.

«Devi lasciarmi in pace!» urla straziata.

Fermo con le spalle al muro, sono a un passo dalla porta. Sull’uscio, un fascio di luce sfugge dalla stanza, taglia il velo nero di cui è vestita la casa e mi accende il volto. La vedo. Ferma allo specchio. Arriccia il naso e corruga le sopracciglia mentre le gocce d’acqua scivolano sullo zigomo violaceo che sostiene uno sguardo stanco. Con un batuffolo di cotone tampona delicatamente l’ematoma, solleva il labbro e passa la lingua sui denti mentre riceve l’ennesimo messaggio vocale.

Non credere di poterti liberare di me in questo modo. Devi darmi la possibilità di spiegarti o rimarrò qui tutta la notte ad aspettare. Anzi, sai cosa faccio? Forse ho trovato il modo per farmi perdonare. Vado a prendere una cosa per te e torno qui!”

«Cazzo!» urla uscendo dal bagno.

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Nel buio della stanza a fianco, fra mobilie e odori che non mi appartengono, la osservo mentre torna giu. Armeggia in cucina. Suoni metallici. Con un coltello in mano presenzia l’ingresso. Guarda fuori. Ripone l’arma sotto un cuscino del divano ed effettua una chiamata.

«Gregorio sta venendo qui, mi ha seguita! Si, si, sono in casa di quello stronzo di mio Padre. Lo chiamo da giorni ma non risponde, chissà dove cazzo è. Si, sapevo già che non fosse in casa, altrimenti non sarei venuta, sai quanto lo odio. No, non ne ho idea, ha detto che sarebbe tornato per consegnarmi una cosa! Ho già chiamato la polizia una volta e ho peggiorato la situazione. Questa volta finisce male. Lo sento. Adesso devo lasciarti…»

I fari dell’auto irrompono nella stanza, Sara riafferra il coltello e si piazza a fianco della porta. Lui è qui. Suona senza sosta il campanello. Pugni sulla porta.

«Che cazzo vuoi?!» urla disperata.

«Sono andato a prenderti una cosa. Apri!»

«Va via o chiamo gli sbirri!»

«Sono venuto per scusarmi. Fammi entrare».

«Non ho niente da dirti. Ho ancora i tuoi segni sulla faccia, pezzo di merda!»
   

  

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«Non volevo. Perdonami. Dammi la possibilità di spiegare».

«Ho detto no! Vattene» ribadisce puntando il coltello contro la porta.

«Ok. Non vuoi aprire!? Te ne pentirai. STRONZA! PUTTANA!»

Rimango nell’ombra e aspetto. Cerco di tenere a freno il tremore delle gambe. Rifletto e sorrido per la circostanza in cui mi trovo, mentre i colpi che l’uomo continua a sferrare contro la porta si fanno sempre più pesanti. È incredibile di cosa sia capace la vita, attraverso quali congiunzioni si dimostri per condurti fuori dagli argini. Sono venuto in questo posto con la convinzione di avere scelto la condizione ideale per portare avanti il mio progetto, invece, capisco soltanto adesso che tutti i ragionamenti sono stati vani. C’era una ragione più grande della mia scritta nelle stelle. Un processo naturale che doveva compiersi. Un movente che presto mi rivelerà il suo volto.

«Ok, vado via» annuncia l’uomo sconfitto. «Sapevo che non mi avresti fatto entrare. Dammi almeno la possibilità di farti avere i fiori e la lettera che ho scritto. Te li lascio qui, per terra. Chiamami stasera, ti prego».

Con la schiena sul muro, Sara scivola fino al pavimento, abbandona il coltello e piange; il delirio della sua anima attraversa la parete e si disperde trascinato via dall’auto che, sgommando, si allontana.
   

  

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Accende una sigaretta, poggia un orecchio sull’infisso e apre la porta. Raccoglie i fiori e li schianta sul battente riducendoli in stelo. Strappa la lettera; mille pezzi che volteggiano nell’aria e cadono sul viale d’ingresso.

Una folata d’aria gelida è presagio di una vicenda ancora irrisolta. Lui è lì. In un lampo, Sara è travolta dall’uomo che irrompe in casa schiantandole la porta sul viso. Con uno spintone, la scaraventa sul pavimento e con un calcio allontana il coltello che si ritrova ai piedi. A bocca aperta, la osserva come un lupo che ha braccato la preda.

«Che cazzo credevi di fare? Volevi che uscissi dalla tua vita? Che rinunciassi a tutto? A te? Al tempo che ho investito con tuo padre?» Sara non si muove. Ha la testa poggiata sullo zoccoletto, piegata sul collo. «Gli ho servito i clienti migliori in un piatto d’argento!» ribadisce mentre viene sopraffatto dal silenzio. Le prende il polso. La chiama. Lascia cadere il braccio per terra. Si guarda intorno. Torna da lei. Le alza la testa. Sangue sul pavimento. Sara è morta.

Fruga nelle tasche della vittima mentre, alle sue spalle, provo a raggiungere il coltello sul pavimento.

    

   

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Un riflesso sul vetro della credenza mi tradisce e con uno scatto l’uomo mi precede impugnando l’arma.

«E tu chi cazzo sei?» La sua mano trema; ha paura. «Ora capisco! Te la scopavi? Quella puttana ha avuto ciò che si meritava» dice sputando sul corpo della donna. Agguerrito, si avvicina lanciando pugnalate a vuoto. Indietreggio, cerco qualcosa per difendermi. Stretto alla parete, la lama mi sfiora l’addome. Paro un colpo con la mano. Avverto il calore del sangue dentro i pantaloni e sulle dita.

Alle sue spalle, come un’aquila venuta dal cielo, Ivonne. Il volto inespressivo e uno sguardo che conosco bene: due biglie nere prive di riflesso che non vedono oltre quello che la mente ha già deciso per loro.

«Si, me la scopavo» rispondo, poi lecco il sangue dalle dita. Sorrido e faccio un passo avanti. «E non sai come godeva la troia!»

«Maledetto!» urla caricando il braccio per sferrare il colpo decisivo.

Ivonne spinge fuori la lama del taglia-balze e, in un abbraccio, accarezza la gola del meschino.

Con lo sguardo sbarrato, mentre la giugulare sbocca sangue come un palloncino pieno d’acqua che implode, sembra che osservi la sua vita scorrergli davanti in un flash. Il corpo morto ciondola, si piega sulle gambe, si accascia per terra.
   

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Ivonne è marmorea. Non vede. Non sente. Le tolgo il taglierino dalle mani, la trascino in bagno e le sciacquo il viso. In un raptus, scarica pugni fuori controllo, frantuma lo specchio e urla nevrotica liberandosi dalla trama di pensieri che la tenevano in ostaggio.

«Guardami, Ivonne!» La scuoto. «Dobbiamo andare, Adesso!» Sottobraccio, la trascino fuori casa nello stesso istante in cui arriva Alex; è una furia. Apre il portabagagli e afferra una tanica di benzina. I suoi pensieri collimano con i miei sul viale d’ingresso.

«Vivere è libertà!» grida con lo sguardo di chi è disposto a tutto per un ideale. Accompagno Ivonne in auto e torno dentro. Alex sparge il carburante per le scale fino al piano superiore. Si catapulta giù, impregna ogni angolo della stanza e vuota il contenitore sul cadavere dell’uomo e sul corpo di Sara.

«Fermo! Che cazzo fai!?» Gli strappo il bidone dalle mani. «potrebbe essere ancora viva!»

«Non abbiamo scelta, lo capisci!?» risponde strattonandomi. Tira fuori l’accendino. «Fuori di qui!»

Non lo ascolto. Trascino il corpo di Sara in bagno e lo posiziono dentro la vasca. Apro i rubinetti, la copro con degli asciugamani bagnati, serro la porta e scappo via.
   
   

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Alex lancia il bidone per aria, accende una sigaretta e la lascia cadere.

Le fiamme strisciano come serpenti e divorano ogni traccia del nostro passaggio. Alle nostre spalle, un’aura di fuoco libera nel cielo uno stormo di peccati velati da nubi di cenere e fumo.

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