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copertina la manipolazione dell'anima
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Introduzione

   Sara legge la parola epilogo, beve un sorso d’acqua e pensa al momento in cui la libraia, dopo averle proposto di leggere un romanzo tradotto in tredici lingue che ha venduto un milione di copie, afferra da un espositore sul quale erano messi in bellavista libri firmati da scrittori del calibro di Carlo Ruiz Zafon, il romanzo di un autore sconosciuto, un caso letterario da centomila copie vendute in poche settimane: LA MANIPOLAZIONE DELL’ANIMA di Dragan Kodermac. Un romanzo autobiografico definito letale per il modo in cui viene narrata una realtà che fredda la più efferata fantasia. Le vicende descritte sono al centro dell’attenzione mediatica e le indagini della procura, attualmente in corso, stanno facendo chiarezza sui vari punti illustrati dall’Autore che, dopo aver auto pubblicato il libro e destinato l’intero importo dei proventi a un’associazione benefica, ha fatto perdere le sue tracce.
   Sara ha strappato il libro dalle mani della commessa per osservare la copertina: il volto di un’aquila e lo scorcio di un tramonto mascherato da luci e ombre. Appena fuori dal negozio, in un angolo della strada, lo ha tirato fuori dal sacchetto e ha sfogliato le pagine a ventaglio per ascoltarne il fruscio, afferrarne il profumo e sentirne, imprigionato nella memoria, il sapore amaro del risveglio; quello che ha vissuto dentro una vasca da bagno che l’ha tenuta in vita mentre le fiamme divoravano la casa di suo padre. Una vita che non è stata più la stessa nel preciso istante in cui ha deciso che con il silenzio avrebbe seppellito ogni cosa. Per quale giustizia avrebbe dovuto battersi? Per quella di un genitore che aveva alimentato i malanni dei suoi pazienti per un tornaconto personale? Sara conosceva bene gli affari loschi del padre, era al corrente dei metodi che aveva messo in atto per guadagnarsi una vita agiata, ma non aveva mai fatto niente per fermarlo. Si era abituata a convivere con i sensi di colpa e, semplicemente, se ne teneva lontana. Era pur sempre suo padre. O forse avrebbe dovuto chiedere giustizia per la morte di Gregorio, il suo ex, un uomo senza scrupoli che la perseguitava da tempo e che, in diverse occasioni, aveva abusato di lei fisicamente e mentalmente?
   Adesso Sara è a un passo dalla fine del romanzo, consapevole di aver vissuto, fin dal primo capitolo, vibrazioni che le hanno fatto tremare l’anima. Corde emozionali percosse da sentimenti d’amore illeciti che hanno scatenano il potere dell’odio. Parole che le hanno legato allo stomaco un senso di smarrimento divenuto appartenenza: uno stato d’animo che riflette la felicità nello spazio come se fosse l’eco di un dolore.


EPILOGO

Roberto Puccio
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Seduti a un tavolo, il cigolio incessante del ventilatore camuffa il disagio espresso dai nostri volti; interrogativi che hanno vagato come spiriti dentro un labirinto del tempo. Guardo oltre l’abito talare e cerco qualcosa di me nella persona che ho di fronte.

«La fragilità ha avuto un ruolo cruciale nella mia adolescenza» dice Agata mentre scruto i suoi lineamenti: zigomi sporgenti, labbra sottili. «Mi ha condannata a compiere degli errori che non ho saputo affrontare. Ero soltanto una ragazzina che aveva maturato precocemente degli ideali e che voleva dedicare la propria vita al Signore». Ivonne abbassa lo sguardo. Si identifica nello scenario appena descritto e per la prima volta mostra a un’estranea la sua fragilità. «Avevo appena concluso la mia esperienza vocazionale trascorrendo dieci giorni in un monastero. Tornai a casa entusiasta ma mio padre e mia madre fecero di tutto per sminuire l’esaltazione con cui raccontai l’esperienza. Loro avevano sempre sognato una casa messa a soqquadro da nipoti che corrono per i corridoi animando le festività, e invece, Dio gli aveva dato due figlie femmine che non erano in grado di esaudire questo desiderio. Dopo due anni di matrimonio, mia sorella non riusciva ad avere figli, e questo, oltre a compromettere il rapporto con suo marito, freddato da continui tentativi che alimentavano speranze, determinò un maggiore accanimento nei confronti della mia decisione. Venne interpretata come una mancanza di gratitudine, un rifiuto al dono più grande che Dio mi aveva concesso. La convivenza con i miei divenne insostenibile e mi rifugiai a casa di mia sorella. Bernadette mi aiutò senza interferire, capì che la causa del mio problema era radicata nel suo. Rimasi da lei per un paio di mesi e conobbi più da vicino la persona che, fino a quel momento, avevo considerato meno; tuo padre, Dragan. Fu l’unico a consigliarmi di seguire il mio istinto, l’unico con cui potevo parlare di sogni e arginare doveri imposti da retaggi culturali. Mi suggerì di non ascoltare nessuno se non il mio cuore e mi dedicò un pensiero che ho ripetuto negli anni come una preghiera. “Non farti mai strappare il diritto di scegliere cosa è giusto per te, sarebbe come rinnegare se stessi. Quello che vuoi è quello che sei”. Questo suo modo di pensare, diverso da tutti, lo fece apparire ai miei occhi come una stella che brillava nel cielo fra nuvole cariche di pioggia. Persi la testa, dubitai delle mie convinzioni e diedi una possibilità alle sensazioni estranee che stavano attraversando il mio corpo. Ricercai me stessa. Pavel era il marito di mia sorella, ma anche se non poteva essere il mio uomo, avrebbe potuto aiutarmi a capire cosa volessi veramente, quindi non feci nulla per allontanarlo. Un giorno, Bernadette era fuori casa e successe l’inevitabile. Tuo padre mi guardò come non aveva mai fatto e io mi abbandonai al destino delle cose. Conobbi la passione, il desiderio. Imparai a gestire i sensi di colpa confrontandomi con un alibi che giustificava il mio comportamento; quell’esperienza mi avrebbe condotto alla verità. Avevo capito di non essere innamorata perché il sentimento innato che nutrivo per Cristo era ben diverso dallo stato emozionale effimero che poteva suscitare la passione e la carnalità a cui mi ero avvicinata. Feci un passo indietro e dovetti fare i conti con il risultato delle mie azioni. Avevo tradito Bernadette e voltato le spalle a Dio, questo mi fece avvertire, ancora più forte di prima, la chiamata del Signore, un bisogno imminente di fare penitenza, di dedicarmi agli altri per guadagnare il perdono. Ma a volte non basta pregare, semplicemente perché non si può tornare indietro. Scoprii di essere in cinta. Scelsi la strada più semplice raccontando a mia sorella una mezza verità. Le dissi di aver avuto un rapporto con uno sconosciuto, che mi ero lasciata andare per capire cosa volessi veramente, che ero stata spinta da una sorta di ripicca verso i nostri genitori. Lei si sentì in colpa e mi aiutò a portare avanti la gravidanza senza sospettare mai di nulla. Mi fece da scudo in famiglia e mi stette vicino per tutta la gestazione. Quando sei nato mi rifiutai di vederti. Avevo maturato l’idea di partire subito dopo la gravidanza, e se ti avessi visto, anche per un attimo, avrei messo in dubbio ancora una volta le mie convinzioni. Bernadette si occupò di te fin dalla nascita. Il suo istinto materno era pronto da tempo e quasi dimenticò che il bambino che stava crescendo non fosse il suo. Tutto si rivelò più semplice di ciò che sembrava, quella che a primo acchito poteva svilupparsi in una tragedia, in realtà, fu come una manna dal cielo. Bernadette e tuo padre avevano finalmente un figlio da accudire, i miei genitori il nipote che avevano sempre sognato. Mi rimisi in fretta e partii per il convento della Sacra Croce Slovena. Mia sorella fu l’unica con cui mantenni un contatto,  mi scriveva tutti i mesi aggiornandomi su come procedeva bene la tua crescita e su come fossero felici in famiglia. Io ero felice di conseguenza, anche se una parte di me soffriva. Ogni lettera conteneva parole che, come spilli, rimanevano conficcate nelle carni. Mi causavano un dolore che si consumava lentamente, ad ogni ora del giorno e della notte. Non riuscivo a superare i sensi di colpa per averti abbandonato e per aver tradito mia sorella. Pregai Dio che smettesse di scrivermi per porre fine a quella tortura. Così fu. Il cielo aveva ascoltato le mie preghiere. Bernadette non mi scrisse più. Aveva saputo».

 

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Agata beve un sorso d’acqua e strofina le dita sul crocifisso che porta al collo. Il suono delle sue parole compone una melodia scontata, la stessa che ho ascoltato nell’immaginario di questi ultimi anni. È soltanto una conferma. Bernadette non si era mai comportata da madre e di fatto non lo era, lei, invece, non ha fatto altro che lottare con i sensi di colpa e tutto quello che ha da dire, adesso, lo sta tirando fuori per trovare perdono e liberarsi dal fardello. «Dopo due anni, ricevetti una lettera di tuo padre. Nella busta c’era soltanto una fotografia, la tua. L’ho tenuta con me, ogni giorno. Le mie preghiere erano sempre accompagnate da quell’immagine. Una notte, angosciata da pensieri che non mi abbandonavano, decisi che il convento non era più il mio posto. Capii che i tormenti non erano fantasmi da scacciare ma segnali da accogliere. Maturai una nuova convinzione: avrei ritrovato la serenità dedicando la mia vita a una missione umanitaria, occupando tutto il mio tempo con dei bambini che non hanno mai avuto una possibilità».

   

   

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Poggio la fotografia su tavolo. Agata la raccoglie, la porta sul petto. Fa il segno della croce.

«Come avete fatto ad averla?»

«Era dentro un vaso con altri oggetti nelle segrete del convento».

«Siete stati in quel posto abbandonato da Dio? Perché mai?»

Ivonne sorride.

«Perché è l’uomo a porre fine al male dove non arriva Dio».

Agata scatta dalla sedia, stizzita.

«O forse è proprio Dio che si serve di noi per porre fine alle diavolerie. Infondo, siamo tutti soldati del Signore» continua camminando intorno al tavolo. «Ho lasciato questa foto a Suor Amelia prima di partire. Era una donna sola, come tutte noi dentro il convento, ma a differenza nostra, non possedeva nemmeno un ricordo, qualcosa a cui appigliarsi per trovare una motivazione e sopravvivere. Le chiesi di tenere la foto e di pregare per il mio bambino. Le dissi che le mie preghiere, fuori da quel contesto di sofferenza, non avrebbero avuto lo stesso effetto. L’ho fatto per darle una motivazione che l’avrebbe spinta ad andare avanti, a non lasciarsi morire. Se l’avete raccolta nella cripta so perfettamente ciò che ha patito e la fine che ha fatto».

   

   

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«Anch’io conosco perfettamente ciò che ha patito» dice Ivonne mostrandole le cicatrici sulla schiena. «e se avessi avuto la possibilità di scegliere, sarei andata via da quell’inferno proprio come hai fatto tu. Invece ho dovuto specchiarmi in ogni sfaccettatura della pietra nera in cui risiedono i riflessi del demonio, e quando sono fuggita ho portato con me risentimenti che non hanno mai smesso di tormentarmi l’anima. Hanno voluto che tornassi per stravolgere una realtà che non doveva continuare».

«Ogni individuo ha un compito nella vita ma pochi riescono a portarlo a termine» continua Agata frugando fra i cassetti di una credenza sgangherata. «Anzi, nella maggior parte dei casi, si muore senza nemmeno venirne a conoscenza. Puoi ritenerti fortunata! L’inferno di cui parli ha focolai che alimentano il male in tutto il mondo. Cosa credete? Che sia andata via dal Convento della Sacra Croce per venire a rifugiarmi in un posto sicuro? Ho raccolto più anime innocenti lasciate a bruciare in questo luogo rispetto a quelle che avevo potuto immaginare nelle mie preghiere quando vivevo da rinchiusa. Solo in questo stato, più di ottocentomila bambini non hanno ancora accesso all’istruzione. Sapete cosa vuol dire questo? Avete la più pallida idea di che cosa significhi per questi bambini rimanere fuori dalle mura scolastiche? Nella migliore delle ipotesi crescono dentro una discarica, aiutano le loro famiglie a sopravvivere passando giornate intere a rovistare fra i rifiuti per trovare prodotti di scarto da cui trarre pochi spiccioli. Si ammalano di malattie che, in altri paesi, sarebbero facilmente curabili, ma qui, senza mezzi di sostentamento e medicine, un  raffreddore diventa come la peste. Nella peggiore delle ipotesi, i maschi diventano bambini soldato; viene negata loro la possibilità di vivere l’infanzia. La legge vieta l’arruolamento di bambini con un’età inferiore ai quindici anni, in realtà, vengono arruolati, addestrati e armati all’età di otto o nove anni. Le femmine sono semplicemente arruolate o vendute al miglior offerente per essere schiavizzate. A volte recuperiamo qualcuno e cerchiamo di reintegrarlo, ma nei loro occhi si è spenta una luce che nessuno è in grado di riaccendere». 
 

   

   

  

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Agata poggia una busta sul tavolo e mi guarda.

«Da qualche giorno è arrivata questa lettera per te».

«Una lettera?»

«Si. Carta e penna sono ancora in voga in certi luoghi e, oltretutto, non lasciano tracce riconducibili. È di tuo padre».

Un fuoco divampa sulla pelle mentre leggo il nome del mittente sulla carta sgualcita: Stefano Carbassi.

«È uno scherzo?»

«No, non lo è. Anni fa ho ricevuto una lettera da parte di tuo padre con lo stesso nome del mittente: è qualcuno che invia le buste per lui. Non era specificato l’indirizzo di spedizione e da qui l’impossibilità di rispondere a quella e alle altre arrivate puntualmente con uno spazio temporale di cinque o sei mesi. In ogni sua comunicazione, tuo padre mi ha parlato di te e della possibilità che un giorno mi avresti trovata. Dio solo sa quanto ho pregato che ciò accadesse».
   
   

   

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Scatto dalla sedia e continuo a fissare la busta.

«Tutto questo è fuori dal mondo! L’ultima volta che ho visto mio padre era seduto su una sedia a rotelle, esanime, e veniva imboccato da un infermiere».

«Stefano Carbassi» puntualizza Ivonne «è così che ha detto di chiamarsi».

«Conosco anche questa verità!» conferma Agata abbassando lo sguardo. «e mi rendo conto di come ti possa sentire. Dragan, non devi fare altro che accettare la realtà delle cose, anche quando tutto va diversamente da come te lo aspettavi».

«Cristo santo! Come puoi conoscere ogni cosa!? Ho rivisto mio padre dopo sette anni, esattamente dieci giorni prima di intraprendere il nostro viaggio per arrivare fin qui. L’infermiere mi hanno spiegato che è affetto da una sindrome depressiva che gli fa credere di essere morto. Gli ho parlato mentre guardava nel vuoto. Ho cercato disperatamente un battito di ciglia che spazzasse via quello sguardo senz’anima che mi restituiva e sono andato via con l’idea di aver perduto definitivamente il tempo che mi era stato concesso in questa vita per dedicarmi a lui. Ho viaggiato fin qui guardando il cielo tutte le notti, e tutte le notti mi rivolgevo a lui come se fosse morto e potesse ascoltarmi. Adesso vengo a sapere che ti ha scritto più volte parlandoti di me e ho nelle mani una sua lettera!»
   

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«Dragan, non ne ho letto il contenuto e conosco soltanto ciò che tuo padre ha voluto comunicarmi. A volte si operano delle scelte che non possono essere condivise perché, semplicemente, non possono essere capite. Presumo che nella lettera ci siano le risposte che cerchi».

Agata mi accarezza il viso, mi guarda come se fosse l’ultima volta e si dirige verso la porta. «Sono felice di aver conosciuto l’uomo che sei diventato. Perdonami se ti ho causato tanto dolore. Continuerò la mia missione di carità fino a che Dio mi concederà le forze per farlo e subirò la mia punizione divina quando sarà il momento».

Con un nodo in gola e la mano che trema, apro i fogli sul tavolo e riconosco la calligrafia di mio padre. Ivonne sorride. Un bacio sulla fronte. Esce dalla stanza.
  

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“Caro Dragan,
nella vita mi sono chiesto spesso cos’è che lede di più la dignità di un uomo: non essere capace di manifestare la propria identità e vivere assecondando la necessità di compiacere gli altri modificando la propria natura, oppure, essere se stessi, sempre e comunque, anche quando la personalità innata che ti contraddistingue vive rinchiusa in una bolla di noncuranza, nutrendosi di un sano egoismo e un’appagante solitudine. Ho sempre vissuto dentro la seconda delle ipotesi e, proclive a ogni conseguenza, non ho mai smesso di perseguitare il mio fine: vivere alla scoperta di me stesso.

La gente ha paura del silenzio perché non ama guardarsi dentro, trova un rifugio sicuro nel caos, un compagno di vita che allinea le menti e ti fa pensare con la testa degli altri. Per sfuggire a questa omologazione ho dovuto conoscere le mie paure più recondite specchiandomi dentro un silenzio senza tempo. Ho patito frustrazioni mentali che mi hanno condannato alla depressione, una condizione psicofisica dettata dai pensieri, uno stato da cui ho cercato di proteggermi ma che ho imparato ad accettare come qualsiasi altra parte di me.

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Quando le vite di Bernadette e del dottor Bhauer si incrociarono, nacquero i presupposti per portare a compimento una vendetta rimasta in sospeso per troppo tempo. Mi ritrovai a convivere con una donna che stava coltivando il male che avevo dentro per raccogliere i frutti di una polizza assicurativa sulla vita.

Bernadette mi ripagò con la stessa moneta e partorì una figlia che non mi apparteneva. In combutta con lo pseudo medico, che aveva già sperimentato su altre vite il piano per trarre profitto, lasciò che gli interessi divorassero ogni forma di umanità che le era rimasta. Ma gli ingranaggi del loro progetto hanno illuminato un percorso ostile attraverso il quale avrei potuto sposare l’obiettivo che si erano preposti per raggiungere il mio. Ho respirato la loro malvagità e ricavato una spinta emotiva subdola che mi ha permesso di recitare un ruolo ben preciso, quello del malato.

Bhauer ha cominciato a somministrarmi farmaci con lo scopo di annientare, lentamente, la mia ragione, io, non ho fatto altro che enfatizzare il mio stato d’animo, la mia natura silente e  introspettiva,  partecipando  attivamente al gioco sadico che mi era stato imposto.

   

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Così, come la coda di una lucertola continua a muoversi nonostante sia stata tranciata dal corpo, ho mantenuto il mio ruolo nonostante stessi perdendo ogni cosa, fingendo. Ci sono stati giorni interminabili in cui sono stato inghiottito dal nulla e notti in cui tenevo in vita una parte di me immergendomi nella scrittura.

Passava il tempo e l’eco della melodia folle che riecheggiava nell’aria diventava sempre più altisonante. I pianti di Sofia mi tiravano fuori dall’abisso in cui cadevo tutte le volte che mi ritrovavo solo con te senza poterti rivolgere la parola, mentre Bhauer e Bernadette consumavano le lenzuola al piano di sopra. Tu eri l’unica nota che non doveva far parte di quella melodia, l’unico tasto del pianoforte che non avrei mai pigiato. Sentivo il tuo dolore nell’aria e non volevo coinvolgerti più di quanto già non lo fossi. Ragionai a lungo e capii di non avere altra scelta, avevo superato il punto di non ritorno e nulla sarebbe tornato come prima. Quella notte di Natale decisi di darti l’input per andare via, incontro alla vita, per scrollarti di dosso quel macigno di responsabilità che stava schiacciando l’entusiasmo dei tuoi anni. Conoscevo bene il fuoco che avevi dentro e sapevo che l’esperienza, oltre a fare di te un uomo, un giorno ti avrebbe reso la verità attraverso il processo naturale della vita.

   

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Agata è la donna che ti ha messo al mondo, Bernadette, la donna che non è riuscita a prendersi carico della tua crescita; vedeva nei tuoi occhi lo sguardo di chi l’aveva tradita. L’odio che ha maturato nei miei confronti e la rabbia che non ha mai potuto palesare a sua sorella sono diventati un movente per riversare su di te tutto il rancore e per ideare la trasformazione del mio stato mentale in una malattia da cui trarre profitto.

La tua mancanza ha dato voce alla convinzione con cui ho attraversato i giorni, la rabbia è stata nettare con cui ho nutrito la mia perseveranza. Ho lasciato al lupo la convinzione di aver in trappola una nuova preda. Ho digiunato. Mi hanno nutrito con le flebo. Ho perso peso, mobilità e vomitato il più delle volte in cui sono stato costretto a ingerire farmaci. Ho vissuto come se fossi morto e ci sono stati momenti in cui ho creduto di esserlo.
 

   

  

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Sono stato condotto a Monferrato nella clinica gestita dal dottor Bhauer e mi è stato diagnosticato un delirio di negazione cronica rispetto alla vita; la sindrome di Cotard. Qualora la mia condizione non avesse avuto miglioramenti e fosse stata dichiarata irreversibile, a tempo debito, l’assicurazione avrebbe versato sul mio conto corrente, amministrato da Bernadette a causa della mia incapacità di intendere e volere, il premio assicurativo. Inquadrato l’ingranaggio che si era innescato, ho creduto di aver perso tutto, di essermi spinto oltre quello che la mia mente avrebbe potuto gestire.

Poi, un lampo di luce. Ho conosciuto Stefano, il mio badante. È stata la persona con cui ho trascorso più tempo negli ultimi anni. In principio ho studiato i suoi movimenti, le sue abitudini. Ho ascoltato telefonate e bestemmie mentre oscillava la mano davanti ai miei occhi per essere certo che non fossi vigile e che potesse parlare liberamente. Un uomo straziato dal credo, divorato dal vizio del gioco. Aveva perso ogni cosa: soldi, beni materiali e il rispetto dei suoi familiari. Veniva bersagliato da messaggi intimidatori di strozzini che gli avevano concesso prestiti. A quel punto capii che la vita mi stava dando ancora una possibilità. Chi, più di un ludopatico cronico, è disposto a tutto pur di recuperare denaro per sanare i debiti e continuare a nutrire la sua malattia?

   

   

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Era la persona perfetta. Ho comprato la sua collaborazione, avevo bisogno di un aggancio esterno di cui fidarmi, un socio che poteva muoversi liberamente per arrivare dove io non potevo.

Stefano ha continuato a fingere di imboccarmi, fingere di occuparsi della mia igiene, fingere di somministrarmi farmaci, e durante le passeggiate in giardino mettevamo a punto i nostri accordi. Ha scritto e spedito lettere per me, compresa quella che hai fra le mani. Ha consegnato al notaio, che ha redatto il verbale di ricezione, il testamento olografo che avevo sottoscritto quando è iniziato tutto, un documento in cui ho dichiarato di lasciare ogni bene al mio unico figlio maschio; tu.

È arrivato il tempo in cui mi è stato diagnosticato uno stadio irreversibile della sindrome di Cotard e, di conseguenza, sono stati sollecitati gli atti per riscuotere il premio assicurativo. A quel punto, non rimaneva altro da fare che aspettare. Attendere il momento opportuno per abbandonare definitivamente il mio corpo. Spegnere la mente. Annientare il pensiero. Se stai leggendo questa lettera vuol dire che ogni cosa è andata come doveva.
   
   

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Non conosco l’uomo che sei diventato e non so se potrai mai accettare il disegno di vita che ho voluto tracciare, ma di una cosa sono certo, nel tuo corpo scorre il mio stesso sangue, il sangue di chi è destinato a lasciare un segno indelebile in questo mondo. Con l’augurio di vivere ogni tuo giorno nella gloria e nella consapevolezza dell’essere, ti lascio questa mia ultima riflessione.

I pensieri hanno il potere di manipolare il mondo. Sono i padroni della mente, la centrale in cui elaboriamo le sorti della nostra esistenza. Attraverso di essi visualizziamo necessità, sogni, interessi, sviluppiamo insicurezza, incoscienza, patologie. Inconsciamente, permettiamo loro di manipolare lo svolgimento naturale delle nostre azioni, stravolgendo l’istinto primordiale, annientando capacità innate e vestendoci di personalità prive di ogni forma di libertà. Questo sono i pensieri: una buca in cui seppelliamo la nostra identità. L’unica cosa che non possono fare è arrivare all’anima. Essa risiede in uno spazio senza tempo in cui si può accedere soltanto quando la mente muore.

Nessun pensiero è in grado di compiere la manipolazione dell’anima.

   

   
   

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Ivonne mi trascina fuori, si toglie le scarpe e le lancia per aria. Raggiunge i ragazzini che corrono scalzi inseguendo una palla fatta di pezze e lacci e mi invita a fare lo stesso. Dentro un polverone di risate e schiamazzi, assaporo il calore della terra che cuoce le piante dei piedi portandosi via il gusto amaro delle rivelazioni.

A corto di fiato, mi scaravento sul terreno all’ombra del tronco di un baobab. I rami filtrano la luce del sole che si sta abbassando velocemente mentre il vento tiepido asciuga il sudore sulla fronte.

Sul cassone del Pick-Up, un bambino suona ripetutamente il campanello della bicicletta. È felice di attirare l’attenzione e se la ride mostrando la dentatura bianca che spicca come se fosse neve nel deserto.

È da qui che inizia tutto. Da un sorriso. Da un suono portato via dal vento. Da un momento. Quello in cui decidi di ripartire da zero, perché tutto è uguale a niente se rimane in vita attraverso un pensiero. Ciò che vedi adesso è l’unica cosa di cui tenere conto. È presenza in cui si rivela l’anima.
   
   

   
   

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Seguito da decine di occhi curiosi e mani alla ricerca continua di un contatto fisico, porto la bici a Ivonne scampanellando.

«Ricordi cosa ti promisi la prima volta che ci incontrammo? È arrivato il giorno. Salta su».

Ivonne sorride e spalanca gli occhi su cui si specchia il tramonto africano.

A mio Padre.
   

   
   

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Ringraziamenti

Grazie a te, per aver letto il mio romanzo e per aver donato e condiviso il progetto, senza la tua attenzione e sensibilità non avrebbe avuto alcun riscontro.


Grazie alla mia famiglia che, come sempre, mi supporta nei miei progetti creativi, silenziosamente e, a volte, inconsapevolmente.


Grazie a Barbara per aver ascoltato le mie idee, incoraggiato le intenzioni e per essermi stata vicino durante le fasi di down.


Grazie ai musicisti che hanno realizzato le splendide tracce che avete ascoltato durante la lettura.


Grazie a Balouo Sao che si batte ogni giorno nella difesa dei diritti umani.

Grazie a mia figlia Cecilia: l’amore nella sua essenza.

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